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TRUMPISMO/ Siria, movimento/partito, Wall Street: le prime 100 ore di Donald

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Donald Trump e Mike Pence (LaPresse)  Donald Trump e Mike Pence (LaPresse)

Con il ruolo dato al vicepresidente Pence - ma anche a veterani del GOP come Newt Gingrich o Rudy Giuliani - Trump è già l'esatto contrario di unl Beppe Grillo a stelle e strisce. Ben difficilmente The Donald assegnerà a una Virginia Raggi una sedia importante nella sua amministrazione, si circonderà di gente alla Di Maio, candiderà uno Stefano Rodotà. Essere eletti da un "movimento" non signiffica rottamare i partiti storici (questo è semmai il cliché imposto dai liberal a Trump). Riformare dalle fondamenta un partito - anzi due, perche anche i democratici dovranno cambiare molto - non vuol dire cosiderare "nemica del popolo" l'intera classe dirigente che ha governato fino a ora (senza insistere sul Mailgate di Hillary Clinton).

Il segnale più originale delle prime 100 ore è comunque anche il più controverso: quello che Trump ha scambiato con Wall Street. Non è certo che l'ipotesi Jamie Dimon come segretario al Tesoro sia stato un ballon d'essai lanciato dalla Trump Tower verso Lower Manhattan: è probabile, ma può darsi sia avvenuto anche l'inverso. L'ipotesi sembra già tramontata ma, nel caso, sarebbe un errore giudicarla una semplice "bruciatura": avrebbe comunque avuto un significato in sé. Dimon, capo di JPMorgan Chase, è oggi il primo banchiere d'America e forse del mondo (fra l'altro è stato incaricato direttamente dal premier italiano di salvare Mps). Trump, in campagna elettorale, non ha mancato di "beccare" anche lui, che da discendente di immigrati greci a New York è sempre passato per democratico (clintoniano).

Se tuttavia è stato il neo-presidente a "stanare" il banchiere, era perfettamente consapevole di correre subito un rischio: quello di evocare il fantasma di Hank Paulson, il presidente della Goldman Sachs chiamato al Tesoro nel 2006 da George Bush. Paulson avrebbe dovuto almeno contenere, se non spegnere, l'incendio della finanza derivata, già allora fuori controllo. Non ci riuscì: nel settembre 2008 a Wall Street ci fu la fiammata finale e due mesi dopo Obama stravinse la Casa Bianca. JPMChase non fu mai a rischio-fallimento: a Dimon fu anzi chiesto di salvare Lehman Brothers, ma rifiutò. La sua banca fu invece in grado di rifiutare successivamente ogni aiuto pubblico. Le macchie sul palmares di Dimon sono venute dopo: non da Wall Street ma dalla City di Londra. Qui JPMChase perse 6 miliardi a un tavollo di derivati tenuto dal trader London Whale. I problemi per il banchiere furono essenzialmente politici: JPMChase fu messa sotto accusa da una commissione senatoriale (principalmente dai democratici). Dimon se la cavò con difficoltà e poco dopo dovette lottare anche con un tumore alla gola. Perché un presidente eletto dalla collera dell'America profonda a otto anni dal crack Lehman dovrebbe piazzare un Dimon al Tesoro? Oppure: perché Wall Street si mostra disposta a offrire il suo champion a questo "strano presidente"?

Nella sua prima intervista - data non a caso al repubblicanissimo Wall Street Journal - Trump ha detto alle banche un preciso homework: "Prestare di più", naturalmente alle imprese. Prevedibimente alle imprese americane che saranno coinvolte nei grandi progetti infrastrutturali prospettati già nel victory speech. Quei piani che dovranno "dare un lavoro agli uomini e donne dimenticati" finora dall'orgia della finanza globalizzata. 



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