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TRUMPISMO/ Siria, movimento/partito, Wall Street: le prime 100 ore di Donald

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Donald Trump e Mike Pence (LaPresse)  Donald Trump e Mike Pence (LaPresse)

E qui che la Trumponomics sarà alla prova: provando ad asciugare il quantitative easing monetario per pompare nuovi stimoli fiscali diretti con una strategia da new deal rooseveltiano. Ma siamo nel secondo decennio del ventunesimo secolo, non nel terzo del ventesimo: Trump-il-Realista, non sorprendentemente, sembra rendersi conto di non poter manovrare senza Wall Street a bordo della sua amministrazione. E pare fra l'altro convinto che solo un peso massimo del calibro di Dimon saprebbe gestire le prevedibile resistenze della Fed obamiana di Janet Yellen, già messa nella lista nera. Wall Street dal canto suo ha già dato a Trump una sorta di benvenuto, contraddicendo tutte le attese di crollo dei listini. Una sorta di apertura di credito, in attesa di capire se Trump intendere stringere una vera "partnership strategica": riconcedendo al sistema bancario un po' di deregulation (anche se è tuttora dubbio che la ri-regulation post-crisi di Obama abbia realmente messo il guinzaglio a Wall Street).

Nessuno, intanto, ha dimenticato come il precedente presidente repubblicano fronteggiò le ricadute economico-finanziarie dell'11 settembre: innescando artificialmente un boom immobiliare a colpi di subprime. Nelle prime ore del 9 novembre, Trump ha parlato di "ricostruire ponti, autostrade e ospedali". E' lì che vuole dalle banche dollari "veri", diversi quelli che la Fed ha stampato in questi anni per tenere le banche al caldo e le Borse gonfie. Ce la farà The Donald? E' ovvio che i gufi, già nelle prime cento ore, siamo stati assordanti: ma sono in gran parte i sodali sconfitti di Hillary Clinton, con cui la presidenza Usa rischiava di trasformarsi in una monarchia para-tecnocratica.  



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