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SCENARI/ Chi sono le prime "vittime" dell'isolazionismo di Trump?

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Vladimir Putin insieme al ministro degli Esteri Sergej Lavrov (LaPresse)  Vladimir Putin insieme al ministro degli Esteri Sergej Lavrov (LaPresse)

Quanto agli altri protagonisti nella regione, un primo problema viene dalla Turchia, che ha già chiesto a Trump l'estradizione dagli Stati Uniti di Fethullah Gülen, ritenuto il mandante del mancato golpe contro il governo di Erdogan. Su tale richiesta Obama ha finora tergiversato, ma lo slogan di Trump, "America first" porta a pensare che ora sarà rinviata al mittente come un'insopportabile ingerenza. Almeno così sembrerebbe: con Trump il condizionale è d'obbligo.

Prudenza di giudizio va usata anche nel caso dei rapporti con l'Iran, attore importantissimo sia in Siria che in Iraq. Come Hillary Clinton, Trump si è dichiarato contrario all'accordo sul nucleare firmato da Obama, ma il suo pragmatismo è improbabile lo porti a cancellare il trattato. Al di là delle invettive contro il "Grande Satana", è anche improbabile che Teheran assuma posizioni troppo drastiche, dato che l'accordo è decisamente nel suo interesse. Ci si può aspettare, quindi, una sostanziale continuazione dei rapporti, pur con maggiori difficoltà rispetto alla precedente amministrazione. In fondo, lo stesso Trump ha detto che dal trattato stanno guadagnando tutti, tranne le imprese americane. Una maggiore presenza dell'industria americana potrebbe essere una concreta giustificazione al mantenimento dell'accordo. Anche in questo caso è rilevante la posizione della Russia, sostanziale alleata di Teheran.

La posizione verso l'Iran condizionerà peraltro i rapporti con un altro alleato storico degli Stati Uniti, Israele, deciso oppositore dell'accordo sul nucleare. I rapporti di Netanyahu con Obama erano decisamente freddi, mentre dovrebbero essere più cordiali con Trump, ma permane l'impressione che "The Donald" voglia districarsi al più presto dal groviglio mediorientale. Di conseguenza, è ragionevole pensare che non voglia essere coinvolto direttamente nella questione palestinese, pur ribadendo l'amicizia con Israele.

A questa amicizia Trump ha di fatto contrapposto una certa distanza dal mondo islamico, nel quale hanno provocato vivaci reazioni le sue precedenti dichiarazioni di voler spostare, se eletto, l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola così ufficialmente come capitale dello Stato di Israele. Una mossa questa che avrebbe gravi conseguenze nella maggior parte dei Paesi islamici e che appare difficilmente effettuabile nel breve periodo. Si può invece ritenere probabile un raffreddamento dei rapporti con l'Arabia Saudita, perno inossidabile per le alleanze di Obama e Clinton. I sauditi non godono di molte simpatie in larghi strati dell'opinione pubblica statunitense, che non ha apprezzato il veto posto da Obama alla legge che dava ai parenti delle vittime dell'attentato dell'11 settembre la possibilità di citare in giudizio il governo saudita per complicità. Anche perché sotto ricatto dei sauditi che hanno minacciato di ritirare tutti i loro investimenti negli Usa.



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