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SCENARI/ Chi sono le prime "vittime" dell'isolazionismo di Trump?

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Vladimir Putin insieme al ministro degli Esteri Sergej Lavrov (LaPresse)  Vladimir Putin insieme al ministro degli Esteri Sergej Lavrov (LaPresse)

Non è compito facile cercare di capire quale sarà in concreto la politica estera di Donald Trump e quanto coerente con le spinte isolazioniste che hanno contraddistinto la sua campagna elettorale. E' difficile che il presidente eletto possa, e voglia, portare gli Stati Uniti su posizioni di isolazionismo puro; è però probabile un progressivo minor interventismo americano in molte zone del pianeta. Lo slogan trumpiano "rifacciamo grande l'America" indica la volontà di decidere quando e dove intervenire secondo gli interessi degli Usa, non perché chiamati da altri o perché ci si proclama "guardiani del mondo". In questa luce, anche la sua "amicizia" con Vladimir Putin dovrà passare al vaglio degli interessi Usa, certamente non del tutto coincidenti con quelli russi. Tuttavia, il diverso rapporto con Putin rispetto alla conflittualità dichiarata di Barack Obama e di Hillary Clinton avrà decise conseguenze sulle tre aree maggiormente critiche: Europa, Pacifico, Medio Oriente.

L'Europa è l'area nella quale si verificherà forse in modo più evidente un progressivo disimpegno, viste le dichiarazioni di Trump sulla Nato, la ridiscussione del ruolo degli Stati Uniti al suo interno e l'invito ai partner europei a spendere di più sulla loro difesa. D'altra parte, se ben utilizzati da Trump, i buoni rapporti con Putin potrebbero quanto meno arginare eventuali eccessi interventisti russi.

Nel Pacifico il problema è dato dall'espansionismo cinese, anche militare, e qui appare ancor più problematico capire quale sarà la politica della nuova amministrazione. La minaccia di aumentare drasticamente i dazi sui prodotti cinesi, tuttavia, non prelude a rapporti distesi. In questa regione, Trump potrebbe agire per evitare un'alleanza tra Cina e Russia, che parrebbe peraltro poco attraente anche per Putin.

E' pensabile che gli effetti più immediati e sensibili del possibile nuovo corso si verifichino in Medio Oriente, particolarmente in Siria. Qui la presenza russa è determinante e rapporti meno conflittuali con Putin potrebbero consentire quell'accordo finora rivelatosi impraticabile. Sarebbe un sollievo per le martoriate popolazioni siriane, anche se la strada per una pace definitiva rimarrebbe lunga. La guerra civile ha scavato fossati difficilmente colmabili tra gli alawiti, che sostengono Assad, i sunniti, a loro volta molto divisi, e i curdi. Trump, a differenza della Clinton, non sembra aver posto la cacciata di Assad come pregiudiziale. Ciò lascia spazio a trattative allargate in vista di un accordo con le fazioni ribelli meno estremiste, che porti a un nuovo assetto del Paese, che si spera più democratico. Un passaggio delicato sarà la revisione della politica americana di sostegno ai ribelli, finora ambigua e con contraddizioni nella stessa amministrazione Obama.



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