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SPILLO/ I tre schiaffi a Juncker e all'Italia

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Jean-Claude Juncker (LaPresse)  Jean-Claude Juncker (LaPresse)

Quando si capisce che uno scenario si sta decomponendo? Elementare, Watson, quando entra acqua da tutte le parti. Tradotto: l’Unione europea.

Scenario n. 1: Donald Trump vittorioso, replica di Juncker. Donald Trump distrugge l’establishment Usa, manda a casa un’allibita Hillary Clinton, che ha dichiarato di volersene rimanere rintanata in casa, dopo la botta incassata, mette in piedi una squadra con un genio come Carson e uno stratega del calibro di Gingrich e J.C. Juncker interviene così: “Ci farà perdere due anni prima di capire l’Europa”. Il senso del ridicolo è ormai una merce che sui mercati del Nord Europa non vendono più. Un burocrate che non ha mai preso un voto in via sua, che osa dire parole di questa rozzezza nei confronti del neopresidente americano: decomposizione pura e gioco al ribasso. Perché qualcuno dovrebbe avvisare il noto stratega delle sconfitte dell’eurocrazia: Obama ha avuto un intero mandato per concludere un trattato economico con la Germania della Merkel, di fatto, e non c’è riuscito. Ergo, se Trump sbertuccia questa classe “dirigente” che ha solo digerito tutto il politically correct possibile, inventato l’Isis e disgregato la middle class più forte del mondo, fa cosa buona e giusta. Può bastare tutto questo per dire no finalmente a questo totalitarismo neanche troppo soft che si chiama Ue, oppure ci vuole ancora dell’altro?

Scenario n. 2: Renzi si scopre anti-Juncker e nessuno ci crede. Matteo Renzi è uno, trino e anche ciò che al mattino emerge dal suo fervido ingegno. Ora, in difficoltà, a dir poco su un referendum che fino a ieri dava per trionfo acquisito, si mette a fare il Masaniello anti-Ue. Fa il Berlusconi fuori tempo massimo sul patto di stabilità. Afferma imperiosamente una manovra economica, che vede mezzo Pd in rotta di collisione con lui, nonché il resto del Parlamento. Dichiara a ogni piè sospinto l’utopia dell’”altra Europa”, quella non più in mano ai burocrati e intanto il ceto medio è a gambe all’aria, la “buona scuola” no comment, l’economia tira solo per i decimali raccattati dalle tabelle degli statistici, la sicurezza è diventata un’emergenza nazionale, le due grandi città d’Italia, Milano e Roma, sono in preda al caos come dominio del nullismo violento. Niente male. Il 4 dicembre, vada come vada, Renzi ha già perso. Ma lui ancora non lo sa.

Scenario n. 3: ancora su Donald Trump. Gli Usa sono una democrazia imperfetta, naturalmente, e una società in grave difficoltà. Non c’è dubbio. Ma, perfino in questa entropia allo stato puro, esce fuori dal mazzo un Trump che conferma quanto scritto tempo fa sul populismo, che Dio l’abbia in gloria; annuncia l’unica vera riforma morale, nonché sociale e politica possibile, ovvero la libertà dell’individuo di intraprendere la propria strada, avendo lo Stato come alleato, e non come suo acerrimo nemico; riacchiappia il reaganismo, anche come dimensione universale della politica americana, e rilancia insieme, come aveva fatto il grande Ronald, le opere pubbliche, ossia spariglia le carte dei bacchettoni liberal; infine, dice che il debito non è un peccato capitale, ma una condizione che può essere superata semplicemente facendo entrare più soldi in cassa di quanti se ne spendono.



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