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CAOS LIBIA/ Trump "regala" all'Italia (se vuole) un nuovo ruolo

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Fayez al Serraj (LaPresse)  Fayez al Serraj (LaPresse)

Se l'intervento della "coalizione dei coscritti" del 2011 non ha brillato per coerenza, non si può certo dire che negli anni a venire le politiche occidentali abbiano intrapreso una strada più lineare. Ancora un "redivivo Obama" ammette, nella già citata intervista, di aver troppo confidato negli europei per il follow-up, un termine diplomatico per dire che quei paesi che avevano caldeggiato l'intervento militare hanno poi colpevolmente lasciato la Libia virare verso il fallimento. 

Nella polarizzazione del paese tra Tripoli e Tobruk, che neppure il tardivo sforzo dell'Onu per un governo unitario è riuscito a mitigare, la Francia ha poi contravvenuto a tutti gli impegni internazionali, appoggiando il generale Haftar, di fatto principale oppositore della soluzione unitaria. Gli Stati Uniti, invece, hanno preferito restare coerenti con la linea unitaria di Serraj, supportati dall'Italia che si è impegnata anche con l'invio di un contingente medico a Misurata per "soccorrere" le milizie, fedeli al governo di accordo nazionale, che combattono contro lo stato islamico a Sirte.

In questo contesto, se da un lato con l'elezione di Trump e la sua possibile convergenza con l'asse Putin-Al Sisi-Haftar, l'Italia rischia di rimanere fuori dai giochi, dall'altro questa potrebbe essere l'occasione per mettere in risalto il nostro ruolo. 

Infatti, per quanto ora la bilancia sembri pendere dalla parte del generale di Tobruk, la stabilità in Libia richiede anche il coinvolgimento degli attori di Tripoli, misuratini in primis. Da questo punto di vista il nostro ruolo e la nostra esperienza nell'area tripolina potrebbero renderci interlocutori forti, molto più dei francesi. Starà a noi riuscire a far valere la nostra posizione o "regalare" questa opportunità ad altre potenze come, ad esempio, la Gran Bretagna, che sembra aver già messo gli occhi sulla Capitale libica. 



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