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TRUMP PRESIDENTE USA/ Il terremoto Donald e la faglia di New York

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Donald Trump e Mike Pence (LaPresse)  Donald Trump e Mike Pence (LaPresse)

DONALD TRUMP NUOVO PRESIDENTE USA. Donald Trump ha perso nella sua New York,  ma è proprio a Manhattan — dove i due contendenti hanno posto i loro quartier generali — che Hillary Clinton ha perduto la Casa Bianca. Clamorosamente, ma non sorprendentemente. 

E' a Wall Street che, negli ultimi otto anni, le macerie del terremoto finanziario del 2008 non sono mai state rimosse e ben poco è stato ricostruito sotto il Primo Presidente Afro-Americano, eletto un mese dopo il crack di Lehman Brothers. E non poteva essere che il palazzinaro chiacchierato di tante Trump Tower a coagulare la rabbia e la paura di tutte le Main Street contro i banchieri "impuniti" ed ancora egemoni anche a Washington e nel mondo. Trump li ha potuti guardare negli occhi con ben diversa sicurezza rispetto a un Bernie Sanders (forse ora a Wall Street proveranno a ricucire  col vecchio amico Donald, ma questo è un altro discorso).

E' stato nei quotidiani e nelle tv liberal della Grande Mela che la campagna elettorale è stata trasformata in Tutto Tranne Trump: con un radicalismo pari a quello anti-politico del nuovo Presidente. Ma inseguire The Donald sul suo terreno ha mandato in pezzi decenni di fasti intellettuali rooseveltiani e kennediani. E lo strano repubblicano asceso alla Casa Bianca ha idealmente saldato il conto del Duello del '60 fra JFK e Richard Nixon: pur soccombendo in tre confronti televisivi su tre con la sua avversaria (o almeno così hanno detto i sondaggi).

Trump — forse — avrà messo pochi e grossolani contenuti nella sua candidatura: ma di certo Hillary è stata tradita da un New York Times che ancora la mattina del voto non ha trovato di meglio che deplorare il "brutto spettacolo" delle presidenziali. Il Mailgate — al pari dell'incerta ripresa americana drogata dall'espansionismo monetario o della polveriera geopolitica mediorientale — non era e non è questione di estetica istituzionale o di tecnocrazia da addetti ai lavori. A Washington, d'altronde, perfino la "Post" è sembrata dimenticarsi dei tempi gloriosi del Watergate, quando l'Fbi era la Gola Profonda contro i cattivi del Palazzo. Ora i federali stavano puntando sul bersaglio sbagliato e nessun cronista d'assalto è uscito a vedere come stavano davvero le cose: solo editorialisti garantisti e stizziti pro-Hillary.

E' nelle università della Ivy League, fra Boston e Washington, che l'ideologia politically correct ha aperto la faglia che ieri ha scosso gli States dall'Atlantico al Pacifico: un sisma socio-politico, contro cui poco ha potuto anche il sostegno dato alla candidata democratica dalla California della Silicon Valley e di Hollywood. Banche e Borsa, think tank, media, hi-tech, showbiz: quanti sono stati gli avversari e quanti sono stamattina gli sconfitti dal Candidato Impresentabile che aveva osato sfidare la Candidata Inevitabile, gradita a tutti gli establishment.          



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COMMENTI
09/11/2016 - Un articolo serio (ALBERTO DELLISANTI)

Ne hanno fatte e dette di tutti i colori. Nell'establishement americano, e nell'establishement italiano. Renzi ha tanto sognato ad occhi aperti, su un palco della TV, dicendoci l'amor suo per Obama, per il "grandissimo" Obama...struggimento e grande baldanza...Non ricordo se da Mentana, o da Renzi o dalla Boschi, ho sentito dire che il 73% (!!!) degli italiani (se nei panni di cittadini americani) avrebbero votato per la Clinton...Buhm. Quanti giornalisti, quanti politici ci hanno catechizzato... Grazie al Dottor Quaglio per la sua individualità personale. Professionista del "Sole 24 Ore", qui in perfetta resa da "Sussidiario". Informazione di tipo essenziale. In un giorno storico.