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TANGO BOND/ Quel problema che va oltre i risparmiatori italiani

L'Argentina ha raggiunto un accordo preliminare relativo ai cosiddetti tango bond detenuti dai risparmiatori italiani. TULLIO ZEMBO spiega cosa comporta

La sede della Banca centrale argentina La sede della Banca centrale argentina

Il capo Gabinetto argentino Marcos Peña e il ministro delle Finanze Alfonso Prat-Gay hanno annunciato la settimana scorsa a Buenos Aires di aver raggiunto un pre-accordo con i titolari italiani dei "tango bond" che non avevano sottoscritto la ristrutturazione del debito, con il quale l'Argentina riconosce solo un terzo degli interessi dettati dalla sentenza di pagamento di Buoni dello Stato argentino. Si tratta di 900 milioni di dollari richiesti da 50.000 obbligazionisti, rappresentati dall'avvocato Nicola Stock, che in pratica rappresentano il 15% del debito rimasto fuori dagli accordi e il 30% di quello che si discute a New York in questi giorni.

La spinosa questione, legata ai famosi titoli di Stato che si liquefecero con la crisi del 2001, è stata oggetto di controversie internazionali che hanno intrapreso strade differenti. In Italia, oltre a coloro che hanno vinto nel 2003 la causa con le banche che non avevano avvisato sulla pericolosità dell'investimento (difatti l'emissione era destinata ai soli istituti, ma questi, all'indomani dell'11 settembre, si affrettarono a confezionare il prodotto quando il Fmi destinò i fondi per tappare il default argentino alla Turchia, aprendo le porte alla crisi), il 90% dei creditori aveva accettato le due proposte di cambio effettuate dall'Argentina nel 2005 e nel 2010. Infine, un 10% ha aderito alla manovra della Task Force argentina, protagonista dell'attuale rimborso.

Per quanto concerne i debitori italiani, Prat-Gay segnala che "abbiamo riconosciuto il capitale investito e un interesse ragionevole che si rifà ai tassi registrati negli ultimi anni, minori di quelli stabiliti nella sentenza da loro raggiunta con l'Icsid (l'ente internazionale che definisce le cause finanziarie, ndr)". Evidenziando anche che "dai massimi vertici dello Stato c'è l'esigenza di arrivare a un accordo il più presto possibile con gli 'holdouts' a New York che rappresentano un ostacolo creato dal precedente Governo, cosa che ha impedito di fatto l'avanzamento di piani di infrastrutture necessarie allo sviluppo del Paese".

Difatti la città americana venne scelta dall'ex Presidente argentino Nestor Kirchner come sede per i contenziosi sulla questione, ma nell'arco di tutti questi anni non si è registrata quasi mai una volontà di affrontare la problematica nella tana dei "Fondi Avvoltoio" che sono serviti solo alla propaganda politica interna, senza proposte concrete per risolvere la questione. Ma, nonostante le recenti dichiarazioni, la manovra attuale non risolve che una minima parte del problema. 

L'esperto consulente dell'Adusbef sulla questione da Buenos Aires, il Dottor Tullio Zembo, lo evidenzia per due motivi. «In primo luogo perché le richieste ammontavano a circa 3 miliardi. In questo modo, avendo pagato solo 900 milioni, l'Argentina fa un grandissimo affare. Chi ha aderito al cambio proposto da Buenos Aires nel 2005 e nel 2010 ha incassato un 35% ed è quindi rientrato tranquillamente nell'investimento. Non è così nel caso del pre-accordo chiuso in questi giorni. In secondo luogo, perché è stata annunciata la chiusura del problema, quando la Task force argentina rappresenta circa il 10% dei titolari di Bond: la grande maggioranza ha aderito alle manovre sopra citate, e da due anni non sta percependo le cedole, con la prospettiva che si continui così per un tempo indefinito».

 

Per quali ragioni?