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CAOS SIRIA/ Micalessin: Obama costretto ad accettare la "pace" di Putin

Pubblicazione:venerdì 12 febbraio 2016

Vladimir Putin e Barack Obama (Infophoto) Vladimir Putin e Barack Obama (Infophoto)

“La proposta russa di un cessate il fuoco in Siria è una mano tesa agli Stati Uniti che non hanno più alcuna carta da giocare. Anche se Washington cerca di usarla a proprio vantaggio tenendo in piedi quel che resta dell’opposizione ad Assad”. E’ quanto osserva Gian Micalessin, inviato di guerra de Il Giornale. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavorv, ieri aveva dichiarato alla Tass: “Abbiamo fatto delle proposte per mettere in atto un cessate il fuoco, proposte molto specifiche. Stiamo aspettando una risposta degli Stati Uniti prima di presentarle davanti all’International Syria Support Group”, del quale fanno parte 17 Paesi nonché Onu, Ue e Lega araba. Un funzionario americano citato dalla AP aveva fatto sapere sotto anonimato che la Casa Bianca non vedeva l’ora di accettare le proposte di Mosca, aggiungendo però che Washington preferisce un “cessate il fuoco immediato”. Nella notte l’accordo è stato raggiunto: il Gruppo internazionale di sostegno alla Siria, dopo una lunga trattativa, ha fissato in una settimana il termine entro il quale arrivare ad una fine delle ostilità.

 

Accordo raggiunto dunque. Perché questa proposta di cessate il fuoco è arrivata proprio adesso?

La Russia con l’offensiva iniziata lo scorso settembre punta chiaramente a sbaragliare le formazioni jihadiste e comunque l’opposizione armata appoggiata da Erdogan, aprendo la strada all’esercito siriano fino alla frontiera turca. Gli Usa invece non avevano più carte da giocare. L’unica alternativa per gli americani era cedere alle pressioni turche e creare una pericolosissima no fly zone sulla Siria, dove avrebbero rischiato di entrare in collisione se non in scontro diretto con gli aerei russi impegnati nei bombardamenti.

 

Con quali conseguenze?

Si sarebbe realmente rischiata una terza guerra mondiale: un pericolo che Obama non intende sicuramente correre, soprattutto alla vigilia della fine del suo mandato.

 

Alla fine si è trovata una mediazione, sette giorni per il cessate il fuoco.

Washington ha cercato di giocare a proprio vantaggio e di avere almeno in mano qualche carta, il che vuol dire tenere in piedi un’opposizione in grado di fronteggiare Bashar Assad. Se si fosse atteso il 1° marzo come richiesto dai russi, l’opposizione sarebbe stata spazzata via e soprattutto non avrebbe più avuto alcun contatto con quella frontiera turca che è imprescindibile per garantire appoggio e sostegno ai combattenti che si oppongono ad Assad.

 

Nel frattempo il premier irakeno Al-Abadi ha chiesto all’Italia di accelerare l’invio delle truppe per proteggere la diga di Mosul. Come ha fatto a vincere le obiezioni di parte del suo stesso governo?

Evidentemente sono venute meno le resistenze dei gruppi sciiti che si opponevano all’invio di truppe italiane e che rivendicavano a sé la difesa di quella diga. Molto probabilmente il governo irakeno ha risolto questo problema.

 

Veniamo alla Libia. Come sta evolvendo la situazione?

La situazione in Libia è molto incerta. Fino a quando non si riesce a mettere in piedi un governo di unità nazionale, sarà molto difficile presentare una richiesta di intervento internazionale. Dal punto di vista della legalità internazionale solo questo governo può richiedere un intervento che sia legittimo. Se d’altra parte questo governo non riesce nemmeno a farsi votare la fiducia dal Parlamento di Tobruk, che in teoria dovrebbe essere quello più vicino alle istanze occidentali, significa che siamo ancora in alto mare.

 

E’ uno stallo dal quale è possibile uscire?


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COMMENTI
12/02/2016 - presidente Obama (Maria Elena Petrazzini)

E meno male che tra pochi mesi Obama scade!!!