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DIARIO ARGENTINA/ Il "nuovo" Paese pronto a incontrare Renzi

Il 15 e il 16 febbraio Matteo Renzi sarà in visita in Argentina. Un Paese che sta vivendo un momento importante di cambiamento, come spiega MIGUEL WIÑASKI

Mauricio Macri (Infophoto) Mauricio Macri (Infophoto)

La visita di Renzi in Argentina (15-16 febbraio), con la quale si segnerà la ripresa delle relazioni bilaterali dopo 13 anni di buio dovuto all'isolamento con il mondo occidentale operato dal kirchnerismo, ci consegna un Paese all'inizio di un percorso innovativo. Le elezioni del mese di dicembre hanno operato un cambio che non è stato totalmente recepito in un'Europa che, sempre più chiusa in se stessa, non si è mai preoccupata troppo di approfondire i suoi legami con un continente, quello latinoamericano, che invece politicamente ha tracciato nella sua storia cammini che in molti casi hanno anticipato di molto i tempi. Come negli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale, nei quali non si può certo dire che le masse europee godessero di grandi diritti, mentre ad esempio in Uruguay, sotto la presidenza del giornalista Batlle y Ordonez vennero promulgate non solo leggi sul divorzio ottenibile anche dalla donna, ma pure la giornata di lavoro massima di 8 ore e le ferie retribuite, oltre alla mutua garantita per la salute del lavoratore e la sua famiglia.

L'Argentina ha deciso di essere guidata da un uomo, l'ingegnere Mauricio Macri, originario di Polistena, in Calabria, il cui nonno, Giorgio, antifascista, fu uno dei co-fondatori del Partito dell'Uomo Qualunque, una curiosa formazione che si presentò alle elezioni Italiane del 1946. Senza successo, dato che quel partito sparì immediatamente dal quadro politico nostrano e Giorgio decise di "trovare l'America" emigrando con la famiglia in Argentina: lo ha ricordato recentemente, in un incontro dove si è presentato il suo ultimo libro "Critica de la razon populista", una profonda analisi del fenomeno del populismo politico in America Latina, Miguel Wiñaski, filosofo, politologo e giornalista, titolare di varie cattedre in Argentina e nel mondo, tra cui quella di Master di giornalismo alla Columbia University, che abbiamo intervistato a Buenos Aires. 

A cosa si deve il successo di "Cambiemos" (la coalizione che ha sostenuto Macri) in Argentina?

Cambiemos ha iniziato analizzando le profonde debolezze del modello kirchnerista a partire dalla leadership verticalista a cui contrappone un modello partecipativo, anche se il leader riconosciuto è Macri, che però non è carismatico né tantomeno melodrammatico come i Kirchner. Cambiemos si basa sul lavoro di gruppo e riesce a costruire una rete di alleanze sia con il radicalismo che con altri settori dell'opposizione, incluse frange del peronismo, che inaspettatamente, bisogna dire, si impone.

Com'è iniziato il processo di cambiamento?

Il paradigma di questo fenomeno si è visto nella regione di Jujuy, dove regnava il potere, rappresentante del kirchnerismo, di Milagro Sala, leader del movimento "Tupac Amaru", un'organizzazione extraparlamentare molto violenta e coercitiva. C'era però un'opposizione molto vasta di una maggioranza stufa di questo regime. E così in un punto dell'estremo Nord dell'Argentina, una regione ricchissima e da sempre dominio del peronismo, si è registrato un cambiamento profondo, imprevedibile, la fine di un ciclo con la vittoria del radicale Morales, candidato di "Cambiemos". Ciò dimostra un cambiamento culturale-politico di una società stanca di violenze, di vivere nella paura, del cinismo e soprattutto delle bugie del potere che può essere generalizzata all'intero Paese. Ora bisogna vedere cosa accadrà. 

In che senso?