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CAOS LIBIA/ Biloslavo: Renzi spera che il parlamento non si accorga della guerra?

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L’Italia non dispone di unità combattenti sul terreno, se si escludono i militari sulle navi pronte a intervenire. In Libia abbiamo corpi paramilitari in difesa degli impianti Eni e uomini dei servizi segreti. Di certo però non stiamo compiendo operazioni né di ricognizione, né di intelligence, né di acquisizione di obiettivi. Anche perché queste operazioni dovrebbero essere autorizzate dal Parlamento. Se le Camere non sono state neppure coinvolte in una discussione vuole dire che siamo ancora in alto mare.

 

Eppure negli ultimi mesi l’impressione era che fosse l’Italia a premere per una risoluzione della crisi libica…

L’Italia a parole vorrebbe fare tutto, ma sono soltanto parole. Dopo di che in pratica sono gli Stati Uniti che bombardano e che se riescono estirpano le bandiere nere. Anche in Siria del resto sono i russi che bombardano per tutti noi. L’Italia quindi è bravissima a dire che vuole fare tutto, ma poi non muove un dito. Anche se la prossima settimana il nuovo governo di unità nazionale dovesse ottenere la fiducia del Parlamento di Tobruk, cosa che dubito, sarà comunque un esecutivo che nasce morto.

 

Quali truppe hanno sul terreno Usa, Regno Unito e Francia?

Si tratta di forze speciali, che normalmente sono uomini dell’esercito, della marina o dell’aeronautica. Le forze speciali sono quelle utilizzate in caso di un intervento militare per neutralizzare gli obiettivi, per catturare dei capi terroristi e soprattutto per indirizzare i bombardamenti aerei. Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno già in Libia questo tipo di personale, oltre agli stessi servizi segreti.

 

L’intervento francese è finalizzato anche a impossessarsi delle fonti energetiche dell’Eni?

Non in modo immediato. L’intervento francese del 2011 in effetti fu finalizzato ad accaparrarsi le risorse energetiche della Libia. Oggi però il Paese è nell’anarchia e rischia la partizione in tre. Per non parlare del fatto che gran parte degli impianti sono distrutti o difesi con i denti, con la produzione di petrolio che è crollata a 300-400mila barili al giorno in gran parte venduti di contrabbando. Prima quindi bisogna abbattere le bandiere nere. Queste ultime puntano a quel che resta dei pozzi petroliferi per lucrarci e portare avanti l’espansione del califfato. Solo una volta distrutto l’Isis si potrà iniziare la fase due, ma al momento non si vede nemmeno chi potrebbe firmare i contratti petroliferi.

 

(Pietro Vernizzi)



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