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CAOS LIBIA/ I conti sbagliati del governo

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Tanto basta per ricordarci che in Libia non esiste solo l'Isis, anche se solo di questo si parla in questi ultimi mesi, in taluni casi forse ampliandone la reale portata. Gli attori forti sono le milizie — comprese quelle jihadiste — che hanno fin qui dimostrato di esser molto più organizzate, armate e radicate nel terreno rispetto allo stato islamico. Non è un caso se, sovente, l'avanzata del califfato sia stata frenata proprio dalle milizie locali, come nel caso della città di Derna, in cui i guerriglieri dello stato islamico, già nel 2014, hanno trovato la dura opposizione del Consiglio dei mujahideen, composto, tra gli altri, dalla ben armata — e piuttosto ambigua — brigata dei martiri di Abu Salim. 

E' evidente dunque che, senza un accordo con alcuni di questi gruppi, che probabilmente al momento non c'è o non è ancora adeguatamente forte, un'operazione sul terreno, fosse anche di solo addestramento delle milizie locali e messa in sicurezza di siti sensibili, sarebbe ad altissimo rischio.

Altro problema, in parte connesso al tema delle milizie, è quello della presenza di due governi — che controllano peraltro una parte dei gruppi armati — e del ruolo del possibile futuro governo unitario. Anche qualora venisse "concessa" da Tobruk una qualche legittimità alla lista del premier Serraj, il nuovo esecutivo, come ha ricordato  il gen. Carlo Jean, "potrebbe non avere né l'autorità né la forza necessaria per sostenere l'azione occidentale e per contrastare le milizie, soprattutto se deciderà di lottare anche contro la criminalità organizzata ormai strettamente collegata alle prime". E' evidente dunque come il supporto di un qualche governo libico sia una condizione indispensabile per legittimare un intervento esterno, ma non affatto sufficiente a garantire il controllo del territorio e un supporto concreto ai contingenti stranieri.

L'ultimo elemento di criticità riguarda la popolazione libica. Non dobbiamo infatti dimenticare che al di là del ruolo nevralgico che ricoprono sul terreno i miliziani, questi — al netto dei combattenti dello stato islamico — sono circa 200mila su una popolazione di 6,5 milioni di abitanti. Di questi ultimi si è parlato poco finora. Forse, però, prima di pensare a qualunque tipo di operazione sarebbe stato quantomeno sensato tenere in considerazione anche i libici e non immaginarli quali soggetti passivi e d'accordo tout court con ogni decisione esterna. Ora, siamo sicuri che un intervento straniero, per quanto non di "occupazione" come più volte ribadito dal ministro Pinotti, non venga percepito come un'ingerenza almeno da una parte della popolazione aumentando, magari, le fila di molte delle milizie di cui sopra?

In un contesto così delineato pensare che mettere in sicurezza siti strategici ed addestrare le milizie locali con un "manipolo di soldati" sarà un'operazione breve, indolore e "a 0 vittime" è pressoché un'utopia. Se l'Italia deciderà di entrare in un'operazione militare in Libia, dovrà affrontare uno scenario operativo estremamente complesso, frammentato e rischioso e i tempi potrebbero essere molto lunghi. Siamo preparati ad affrontare tutto questo?



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COMMENTI
29/02/2016 - Titanic si nasce (Carlo Cerofolini)

Per quanto riguarda l'affaire Libia ma pure quelli legati ai marò, all'immigrazione clandestina, alla nostra appartenenza all'Ue e via disperando, non è che - alla Totò - si potrebbe dire: Titanic si nasce e l'Italia purtroppo lo nacque? AAA scialuppa di salvataggio cercasi disperatamente!