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Esteri

CAOS LIBIA/ Renzi non sceglie e fa il gioco dell'Isis

Sembra stringersi sempre di più il cerchio intorno alla Libia. Lo stato islamico avanza, il governo di al Serraj non decide e Renzi nemmeno. tutti i dilemmi dell'intervento. MICHELA MERCURI

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

Negli ultimi giorni sembra stringersi sempre di più il cerchio intorno alla Libia. Da un lato il processo per la formazione di un governo unitario stenta a decollare, dall'altra cresce la morsa dello stato islamico e dunque la premura per un'azione militare capace di arrestarne l'avanzata, azione difficilmente realizzabile senza un avallo, perlomeno formale, da parte del governo libico che, però, al momento non esiste. Insomma, un cane che si morde la coda. 

Le speranze sembrano ancora riposte in Fayez al Serraj: a breve il capo dell'esecutivo designato dovrebbe presentare una nuova lista dei ministri al parlamento di Tobruk che, giova ricordalo, il 25 gennaio scorso ha categoricamente bocciato i 32 nomi proposti dal debole premier, probabilmente a causa dell'esclusione dalla compagine del generale Haftar, uomo forte di Tobruk e ago della bilancia di ogni possibile futura trattativa. Nel frattempo però lo stato islamico si rafforza nel paese. Dopo la lunga lista di attentati degli ultimi mesi — dalla caserma di Zliten ai pozzi petroliferi di Ras Lanuf — il consolidamento di Isis sembra confermato anche dall'arrivo in suolo libico di alcuni esponenti di spicco del califfato. Secondo quanto riferito da Ismail Shukri, capo dell'intelligence militare di Misurata — e riportato in vari quotidiani internazionali — alcuni importanti leader dello stato islamico si troverebbero a Sirte e tra questi anche Abu Ali al Anbari, ex generale di Saddam Hussein e braccio destro di al Baghdadi. Sempre la stessa fonte parla di continui arrivi di "nuova manovalanza" oltre che dalle classiche mete come Tunisia ed Algeria, anche da Mali, Ciad, Sudan, e da molti di quei paesi poveri a sud della Libia da cui provengono i migranti che tentano di imbarcarsi per la traversata verso le coste europee. 

La pressione per un'azione militare imminente, dunque, è forte. 

Dinanzi a questo scenario, come già sottolineato da molti analisti, la domanda "non è più se, ma quando e soprattutto come". Il primo e fondamentale punto è proprio il "quando". Detta in altri termini, sarà possibile aspettare la formazione di un nuovo governo capace di adire formalmente la coalizione internazionale? Si tratta di una questione non di poco conto poiché, qualora i negoziati per il governo unitario dovessero di nuovo fallire, potrebbe non essere poi così remota l'ipotesi di un intervento unilaterale senza una "chiamata ufficiale" da parte del possibile, futuro, governo libico.

Le conseguenze in questo caso potrebbero essere gravi. In primo luogo l'Onu verrebbe meno alle sue intenzioni, e non è una mera questione giuridica. La risoluzione 2259 dello scorso dicembre stabilisce, infatti, che qualsiasi forma di assistenza debba passare per l'approvazione del nuovo governo libico.