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UCRAINA/ Crisi economica e parlamento bloccato, il Majdan dov'è finito?

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Proteste in Ucraina (Infophoto)  Proteste in Ucraina (Infophoto)

Dopo più di 9mila morti, più di 20mila feriti e centinaia di migliaia di sfollati, il cessate il fuoco tra esercito ucraino e separatisti russofoni sembra reggere, anche se abbastanza fragile da indurre diversi osservatori a definire la situazione come una "guerra a bassa intensità". In questo scenario ancora instabile si è comunque ripreso a parlare della possibilità di elezioni nell'Ucraina dell'Est controllata dai separatisti e della ripresa dei colloqui tra le parti per giungere a una soluzione pacifica della guerra civile. Peraltro, continuano le accuse reciproche sulla violazione e la mancata attuazione degli accordi già raggiunti a Minsk e che hanno portato al cessate il fuoco.

Tuttavia, si sono avviate in questi giorni trattative tra i ministri della Giustizia dei due Paesi per un possibile scambio di prigionieri, tra i quali spicca il caso di quattro attivisti ucraini arrestati nell'annessa Crimea per "attività contro lo Stato" (russo). Un altro caso che sta provocando reazioni a livello internazionale è quello di Nadia Savchenko, una parlamentare ucraina che, combattendo contro i separatisti, avrebbe causato la morte di due giornalisti russi e per questo è sotto processo in Russia.

L'Ucraina si trova, inoltre, in una gravissima crisi economica, con la sua moneta, la grivnia, in caduta libera, un'inflazione che viaggia attorno al 40% e un pesantissimo debito pubblico. A due anni esatti dalla cacciata di Yanukovich, malgrado qualche progresso, la situazione per quanto riguarda lo strapotere degli oligarchi e la diffusa e massiccia corruzione non è sostanzialmente cambiata. Eppure era questa una delle richieste dei manifestanti del Majdan nel 2014 e ora il governo nato da quelle proteste è in preda a una crisi profonda.

Proprio per fronteggiare la corruzione e attuare le necessarie riforme del sistema, erano stati inseriti nel governo alcuni tecnici stranieri, cui era stata conferita ad hoc la cittadinanza ucraina. L'attuale ministro delle Finanze è Natalie Jaresko, nata a Chicago da genitori ucraini, mentre ministro dell'Economia era stato nominato il lituano Aivaras Abromavicius, le cui dimissioni all'inizio di febbraio hanno fatto esplodere la crisi latente nel governo.  

Abromavicius si è dimesso dichiarando impossibile combattere la corruzione, anche per le interferenze di personaggi vicini al presidente Poroshenko. Una decina di giorni dopo, con motivazioni analoghe, si è dimesso il viceprocuratore generale, Vitaliy Kasko, dimissioni seguite poco dopo da quelle del procuratore generale, Viktor Shokin, ritenuto uomo del presidente. Il 16 febbraio è stata respinta una mozione di sfiducia contro il primo ministro Arseniy Yatsenyuk, ma subito dopo il governo ha perso la maggioranza in Parlamento con l'uscita dalla coalizione dei due partiti minori, tra cui quello di Julija Tymoshenko, protagonista della Rivoluzione Arancione del 2004.

Yatsenyuk si è difeso con l'accusa al Parlamento di aver boicottato i suoi tentativi di riforma, compresa la privatizzazione delle circa trecento aziende statali, bocciando il 60% delle sue proposte. Nella stessa intervista al Financial Times, pur dichiarando di non voler mettersi contro il presidente, come avvenne nel 2005 tra la Tymoshenko e Jushchenko, ha chiesto a Poroshenko di prendere posizione: o mi sostiene o mi caccia.



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