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Esteri

DALLA GRECIA/ Troika e profughi, le nuove "figuracce" del governo Tsipras

Nelle trattative con la Grecia sembra che la sinistra stia per perdere la sua battaglia. E sui profughi il Governo Tsipras non fa bella figura, spiega SERGIO COGGIOLA

Alexis Tsipras (Infophoto)Alexis Tsipras (Infophoto)

Due dati sono acquisiti. Aumentano le tasse e I problemi dei profughi. Ai greci verrà chiesto di pagare più tasse. “Siamo molto vicini a un accordo per un sistema fiscale progressista che prende di più dai ricchi e meno dai poveri”, ha dichiarato il ministro delle Finanze, Efklidis Tsakalotos, dopo il suo incontro con la Troika. Forse il ministro ha parlato troppo presto. Comunque per “ricchi” si intendono coloro che percepiscono un reddito di 1.500 euro mensili, o superiore a questa cifra (proprio poche migliaia). Una cifra, stando al vice ministro Alexiadis, “che non troviamo né nel settore pubblico, né in quello privato”. Dice il vero il vice ministro. Oggi percepire uno stipendio di 1.000 euro è quasi un privilegio per “ricchi” che vivono in un Paese in cui i prezzi aumentano, anziché diminuire. Forse in dirittura d’arrivo l’accordo sul nuovo regime fiscale: “Se dovessi definire il sistema fiscale direi che il brutto è finito, arriva il peggio”, ha dichiarato il vice ministro alla Finanze, Trifon Alexiadis. Che tradotto da un economista significa: “Stressare la gente vuol dire alimentare l’evasione”. In sospensione invece quello del sistema pensionistico: si attendono le percentuali dei tagli che verranno effettuati. In alto mare invece il terzo scoglio: quello dei crediti in sofferenza. Le discussioni continueranno dopo la Pasqua cattolica.

L’impasse da superare sé sempre la stessa: la posizione intransigente del Fmi, al punto che il ministero delle Finanze in un “no paper” ha sferrato un duro attacco al Fondo. Secondo il Financial Times il ministro Tsakalotos avrebbe minacciato, in un momento di forte tensione con la Troika, di continuare le trattative a Idomeni. Idomeni dunque come luogo simbolico di catarsi politica, o come viatico per il populismo di sinistra? Il seguito della polemica, dietro cui si nascondono numeri e percentuali, a fine mese. 

In sintesi la battaglia della sinistra contro i tagli, le “linee rosse”, gli obiettivi “non negoziabili” sta per essere persa. Si devono risparmiare circa 1,8 miliardi a partire dal 2015, ma non si toccano le spese statali. Qualcuno aveva provato a chiedere delle sforbiciate per il ministero della Difesa, ma il ministro Panos Kammenos si è opposto. Come? Usando il nazionalismo per creare una piccola tempesta politica e chiedere le dimissioni del vice ministro per le politiche migratorie, Yannis Muzalas, il quale, nel corso di una intervista televisiva, aveva usato il nome Macedonia per indicare lo staterello che i greci si chiamano ufficialmente FYROM (acronimo inglese di Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia), o, nella vulgata, “Skopia”. Tra Atene e Skopie esiste, dalla dissoluzione della Federazione Jugoslava, un contenzioso diplomatico sul nome “Macedonia”. Comunque sia, Kammenos prima ha chiesto le dimissioni di Muzalas, poi ha minacciato di ritirare dal governo i suoi ministri, poi ha concluso che del problema se ne riparlerà a mente fredda la prossima settimana, forse con un compromesso, e forse con una qualche “capriola” politica, cui il ministro e il governo sono abituati.

Per il momento Panos Kammenos non ci ha fatto una gran figura, dimostrando che prima dei principi politici e degli interessi “nazionali” c’è la gestione del potere, e rendendosi conto che senza le “poltrone” il suo piccolo partito di nazionalisti è destinato all’estinzione. “Il problema Macedonia per Panos Kammenos è una questione di principio da venticinque anni”, ha spiegato una sua stretta collaboratrice. Tuttavia le gocce di questa piccola tempesta in un bicchiere d’acqua dicono che Alexis Tsipras può essere ricattato. Un ricatto che potrebbe avere anche esisti imprevisti, quando verrà presentato in Parlamento il pacchetto “lacrime e sangue” che dovrà essere approvato. Tsipras ha dichiarato che per il problema troverà un giusto compromesso: cioè non allontanando Muzalas dal governo, e offrendo qualcosa in cambio al suo alleato. 

Al Pireo, a pochi chilometri dall’albergo in cui si discute di tagli e si accettano le condizioni dei creditori, invece è scoppiata una rissa tra siriani ed afgani. Sulle banchine del porto sono accatastati circa 4.000 profughi che ogni giorno ingaggiano una lotta per un panino e una bottiglia di acqua. Le condizioni sono pessime, e la tensione è sempre molto alta. Molti di loro non vogliono andare nei centri di accoglienza per paura di restare “imprigionati”.