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DIARIO ARGENTINA/ 24 marzo 1976, la ferita ancora aperta nel Paese

Jorge Rafael Videla (Foto dal web) Jorge Rafael Videla (Foto dal web)

Questo processo ha aperto una ferita su di un periodo tanto nefasto per il Paese, che ha portato una figura storica nella lotta per i diritti umani, la senatrice Norma Morandini, a dichiararci: «Sono stata sempre, sia nel mio ruolo di giornalista che di legislatrice, una oppositrice onesta, contro l’utilizzo a fini politici dei diritti umani. Ho seguito il processo del Nunca Mas e ho partecipato attivamente alla ricostruzione di quel rompicapo macabro nel quale ho perso un fratello e una sorella». «Nel 2001 ho scritto un libro che si intitola “Dalla colpa al perdono” dove mi sono chiesta che cosa fare con il passato. Parlo molto della riconciliazione, ma non di quella con i repressori, se non con noi stessi. Gli anni della dittatura per me non hanno significato la lotta tra demoni (militari e gruppi terroristici). Per me il demone era uno solo, la violenza, e non ho mai distinto tra morti buoni e cattivi, fatto che mi ha attirato le critiche di parte delle organizzazioni per i diritti umani».

La cosa che lascia interdetti in questo processo è difatti la differenza di trattamento non solo degli omicidi commessi dai militari con quelli del terrorismo, ma anche la sostanziale indifferenza nei riguardi delle vittime quasi che si giustifichi l’uccisione di un essere umano per scopi che tuttora non risultano assolutamente chiari, dato che i proclami e le azioni dei guerriglieri dipingevano un quadro molto simile, intellettualmente, a quanto poi realizzarono in Cambogia sotto il regime di Pol Pot.

Ricardo Lais, ex guerrigliero Montonero rifugiatosi in Brasile, ha iniziato anni fa a pubblicare libri che, uniti a una pellicola intitolata “Il dialogo” (un incontro con Graciela Fernandez Mejilde, ex Ministro, madre di un desaparecido e attivista dei diritti umani) traccia un percorso, poi seguito da tanti altri suoi ex compagni, di assunzione di responsabilità nella tragedia che ha portato alla sparizione di migliaia di “desaparecidos”. Ma di quell’epoca emergono particolari sempre più inquietanti, tra i quali una relazione tra militari e terroristi fatta di accordi per l’eliminazione di personaggi scomodi e addirittura una rapporto tra uno dei repressori più sanguinari, il Generale della Marina Emilio Massera, e parte di Montoneros per la creazione di un partito capeggiato da Massera, che si voleva candidare alla Presidenza in un’ormai inevitabile transazione democratica.

Quest’ultima situazione, sviluppatasi nell’Ambasciata argentina di Parigi all’epoca, venne denunciata da una coraggiosissima diplomatica, Helena Holmberg che però, richiamata a Buenos Aires per istruzioni, sparì poco tempo prima di incontrare dei corrispondenti stranieri per una denuncia alla stampa. Il suo cadavere venne trovato alla foce di un fiume un mese dopo e la sua morte provocò una frattura insanabile, la prima, nel regime militare. Ma a questa eroe desaparecida non si è avuto il coraggio di dedicare nemmeno una via al ricordo.

Sono trascorsi 40 anni, ma come si vede in Argentina la ferita su quel periodo è ancora aperta: si intravede però una luce che è costituita da una dichiarazione del Presidente Obama che, alla vigilia della sua visita nel Paese, ha promesso l’apertura degli archivi segreti statunitensi su quel triste periodo. La speranza è che ciò serva alla ricerca di una verità storica che possa chiudere questa ferita: che non significa dimenticare, ma aiutare la società argentina a progredire in un dialogo aperto nella ricerca di una verità che possa davvero ricollegarsi allo storico “Nunca mas!” pronunciato nel 1985. 

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