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Esteri

DOPO GLI ATTENTATI/ Europa, domande giuste e risposte sbagliate

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Dunque, la risposta potrebbe essere: non siamo in guerra, ma siamo al centro di una campagna di terrore, perpetrata da attori che pur usano tattiche di guerra. Gli obiettivi invece dei terroristi sono evidentemente multi-livello. Vi è la volontà chiara di colpire l'Occidente e l'Europa, mandandole un messaggio esplicito: nonostante gli arresti della settimana scorsa a Bruxelles, siamo ancora in grado di colpire. Da non sottovalutare, però, quello che probabilmente è l'obiettivo principale del terrorismo, di qualunque matrice esso sia: creare un clima di terrore, appunto, tale da far scatenare una reazione altrettanto violenta. Questa è funzionale ad alimentare la retorica dell'oppresso contro l'oppressore, del "ci stanno colpendo tutti, indiscriminatamente", e creare quindi un clima di odio nei confronti del nemico che si vuole colpire (in questo caso, a vari livelli, i governi europei). 

Se si scatenasse questo circolo vizioso, il gioco del terrorismo sarebbe vincente. Non è sicuramente facile, e richiede uno sforzo molto più grande, ma il modo migliore e il più efficace per combattere il terrorismo è proprio quello di isolare le cellule radicali dal loro contesto, non di colpire quello stesso contesto indiscriminatamente. 

Allo stesso modo, la reazione istintiva della chiusura di ogni paese in se stesso, del blocco delle frontiere, della sospensione di Schengen, potrebbe essere poco o per nulla efficace, oltre a indebolire l'Europa stessa. Salah Abdeslam, prima di essere arrestato, è stato 4 mesi nello stesso quartiere di Bruxelles. Coloro che vengono reclutati come foreign fighters dall'Europa, in molti casi, vengono reclutati in rete. Ha senso parlare di chiusura delle frontiere nell'epoca del "reclutamento 3.0", che va oltre le barriere materiali? Sicuramente è una misura d'emergenza che va presa in determinati momenti, ma non sarà questa misura a fermare il terrorismo che sta colpendo l'Europa dal suo interno.

Papa Francesco ha parlato di una guerra mondiale a pezzi. Uno degli elementi è l'ideologia che prende il nome di Dio in ostaggio per una guerra di potere. L'altro sono gli interessi nazionali. Il terzo è la partita a scacchi tra le grandi potenze. Da ultimo ma non meno importante, il vuoto di identità di una generazione che è diventata manovrabile ai fini di una partita ben più complessa, come accadde negli anni 70. Ieri al grido "Rivoluzione". Oggi "Allah u'akbar".

Non faremo giustizia se non distingueremo il grano dal loglio. E per farlo dobbiamo caricare sulle spalle delle nostre decisioni la fatica di giudizi che tengano conto di tutto. 31mila donne siriane nei territori controllati da Isis sono incinte. Molti sono figli dei foreign fighters. È' un dramma che ci accompagnerà per più di una generazione. 

Un proverbio arabo dice "la paura è come un cane: se fuggi ti morde". Prepariamoci a non avere paura. 

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COMMENTI
25/03/2016 - Pathos inutile (Moeller Martin)

Quanto pathos inutile nelle parole di politici e commentatori in questi giorni. Certo, se siamo in guerra loro diventano più importanti, ma le realtà è che non non siamo in guerra. Gli attentatori di Bruxelles oggi e di Parigi prima erano cittadini europei, cani sciolti che se non fosse di moda essere terroristi sarebbero volgari rapinatori. Del resto ci sono più camorristi in Italia che terroristi in Belgio e Francia messi insieme, così come sono di più i morti ammazzati che quelli vittime di attentati. Ogni giorno vediamo le immagini di vera guerra provenienti da Siria e Irak con città deserte interamente rase al suolo. Da noi, 2 vie più in là rispetto al luogo dell'attentato la vita continua indisturbata e l'unico effetto è di essere per quella sera il tema dominante durante l'aperitivo. Almeno sino a quando non si rovescia un autobus con studentesse Erasmus. P.S. La sospensione di Schengen è dovuta alla pressione dei troppi migranti che grazie alla complicità di paesi come l'Italia arrivano ad esercitare sui sistemi sociali e di welfare di alcuni stati.