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DONALD TRUMP/ Chi è l'uomo che ha fatto saltare il "coperchio" dell'America?

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Donald Trump (Infophoto)  Donald Trump (Infophoto)

NEW YORK — L'unico mio vanto, per così dire, come osservatore delle correnti elezioni in Usa (un vanto con cui ormai ho annoiato tutti gli amici) è di non aver mai sbeffeggiato Donald Trump. E il motivo per cui l'ho sempre preso sul serio — che non vuol dire ovviamente essere d'accordo con lui — è una piccola epifania (chiedo scusa per questa iperbole in stile trumpiano) che ho avuto mesi prima che Trump acquistasse vera visibilità sulla scena elettorale. Ero in una trattoria popolare ai confini fra Harlem e la zona di Columbia University — una trattorietta di quelle che fanno una cucina chiamata "Asian Fusion" (insomma, una mescolanza di vari stili di cucina asiatica): gustosa e anche economica, frequentata soprattutto da giovani di varie razze, tipici di quel nuovo proletariato che spazia — in una gamma entro la quale è difficile stabilire confini — dai giovani professori e dai dottorandi della Columbia University ai lavoratori che costruiscono lì intorno i nuovi palazzoni di uffici e residenze che rappresentano l'inperiosa espansione di questa università (una delle potenze immobiliari di Manhattan) dentro la vecchia Harlem.

I camerieri erano tutti giovani, e multirazziali, come la loro clientela: due o tre asiatici, un paio di neri, un paio di latinos, e uno che non apparteneva a nessuna delle razze precedenti.  Perché ho appena usato questa elaborata perifrasi diplomatica? Perché, in questo paese in cui ci si riempie la bocca di prediche contro il razzismo perché si è, inevitabilmente, ossessionati dalle differenze razziali, bisogna fare attenzione al contesto in cui si usa qualunque aggettivo che designi un'appartenenza razziale (esempio: nel codice politicamente corretto del diplomaticissimo New York Times, esiste un codice binario per descrivere il sospetto di un crimine; o si dice che il sospetto è "bianco" o non si dice nulla del suo colore: altrimenti sorgerebbero immediatamente proteste e accuse di discriminazione; e così l'"ipocrita lettore" — per usare la celebre frase di Baudelaire — del  giornale, capisce che il sospetto era un nero o un latino o un asiatico).

Il cameriere che mi aveva servito era arrivato alla fine del suo turno, e sul conto che mi stava presentando aveva scarabocchiato una frase per indicare a quale altro cameriere avrei dovuto versare il mio pagamento. "Give it to the white guy", aveva scritto; ovvero: "Dallo al tipo bianco". E ci misi un po' di tempo, per capire le implicazioni di quell'espressione. Quel cameriere non si sarebbe mai permesso di dirmi o scrivermi, per esempio, "Dallo a quel nero là". Uno degli effetti del conformismo oppressivo (oserei dire, soffocante) il cui campione è il Partito Democratico è di aver reso "innominabili" tutte le razze — salvo che la nominazione avvenga da parte di un membro della stessa razza, o all'interno di una cornice di eufemizzazione. "Give it to the white guy" era l'indizio minimo ma significativo dell'emergenza della nuova minoranza razziale negli Stati Uniti. 



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