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Esteri

PRIMARIE USA 2016/ Dalla Libia alla Siria (e alla Cina), cosa vogliono fare Clinton e Trump?

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Entrambi gli accordi sono stati possibili per l'appoggio esplicito, nel caso dell'Iran, o il consenso tacito, nel caso di Cuba, di Putin, il che rende ancor più incomprensibile la politica ostile di Obama verso la Russia. Il continuo aumentare della pressione cinese in Asia, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale, dovrebbe piuttosto indurre a una collaborazione con Mosca, per  impedire una sua alleanza con Pechino. La Russia ha con l'Europa interessi molto più consistenti che con la Cina e la rottura imposta dagli Usa comincia a essere contestata, anche perché i costi economici ricadono sui Paesi europei.

Non si tratta di accettare acriticamente le politiche autoritarie di Putin, ma è difficile negare che l'intervento russo in Siria abbia decisamente contribuito a rendere molto più pesante la situazione per l'Isis e gli altri jihadisti. Lo schema di alleanze di Mosca nella regione si è dimostrato consistente, a differenza di quello occidentale basato su Arabia Saudita e Turchia. O su Stati noti per il loro appoggio all'estremismo islamico come il Qatar, ringraziato tuttavia caldamente qualche giorno fa dal segretario di Stato John Kerry per ospitare le truppe americane e per i "significativi sforzi" nella lotta contro il terrorismo. Dopo qualche giorno, il Pentagono ha annunciato l'arrivo di bombardieri strategici B52 in Qatar per combattere l'Isis. Non si tratta di una novità, perché i B52 rimpiazzano i meno vecchi B1 Lancer, particolarmente adatti al sostegno delle truppe a terra, ma ritirati un paio di mesi fa. Qualche osservatore ha visto in questa sostituzione un avvertimento alla Russia, dato che i B52 possono portare testate nucleari.

Su un altro fronte, anche l'intervento in Ucraina si sta rivelando fallimentare, con enormi costi per la popolazione di quel Paese, che ha dovuto anche subire lo schiaffo del referendum olandese contrario alla sua associazione all'Ue.

In giro per il mondo sono numerosi gli incendi, o i focolai pronti a prendere fuoco, si pensi solo a Boko Haram, agli Shabaab in Somalia, alla guerra nello Yemen, o al non risolto conflitto tra armeni e azeri, per non parlare della incancrenita questione palestinese. Sarebbe essenziale capire quali programmi a tal proposito hanno i contendenti alla carica massima dello Stato che, piaccia o no, rimane ancora protagonista sulla scena internazionale. 

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