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Esteri

PRIMARIE USA 2016/ Dalla Libia alla Siria (e alla Cina), cosa vogliono fare Clinton e Trump?

La politica estera non sembra essere al centro del dibattito delle primarie americane, nonostante la gravità della situazione internazionale,  e ciò non può lasciare  tranquilli. CARL LARKY

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Un aspetto particolare dell'attuale dibattito nelle primarie americane è il ruolo non proprio di primo piano riservato alla politica estera, malgrado la gravità della situazione internazionale e la minaccia di un conflitto di ampie dimensioni. Un'analisi interessante in proposito è apparsa su The New Yorker a firma Benjamin Wallace-Wells, dove si sottolinea come le campagne dei due candidati "nuovi", il repubblicano Donald Trump e il democratico (socialista) Bernie Sanders, si stiano rivolgendo soprattutto a chi non va a votare. Nelle precedenti tre elezioni presidenziali costoro hanno rappresentato circa il 45% degli aventi diritto, con percentuali più alte tra i giovani, tra chi ha istruzione e reddito più bassi, tra i non bianchi e tra i cattolici. E' ragionevole pensare che per queste fasce di possibili elettori siano molto più interessanti gli aspetti interni, a cominciare da quelli economici, piuttosto che la politica estera. Inoltre, è da tener presente la sempre maggiore rilevanza di movimenti di base al di fuori dei partiti tradizionali, quali Occupy, Black Lives Matter o il Tea Party.

Tuttavia, gli Stati Uniti rimangono una superpotenza la cui politica estera condiziona il resto del mondo, anche se la sua presunta missione di "guardiana del mondo" comincia a essere messa in discussione dagli stessi americani.  Questo sembra essere uno degli aspetti di differenziazione tra la "colomba" Sanders, in favore di un intervento "morbido" nella politica internazionale, e i due "falchi", Trump, bellicoso ma tendenzialmente isolazionista, e Hillary Clinton, decisamente interventista. A differenza di Obama e di Sanders, la Clinton fu a favore dell'invasione dell'Iraq, ha appoggiato l'attacco alla Libia e continua a mantenere posizioni simili.

Questa situazione lascia mano libera a Obama, malgrado si stia avviando alla fine del mandato, e le sue decisioni condizioneranno pesantemente il suo successore. Come scritto altre volte, è difficile esprimere un parere positivo sulla politica estera di Obama, anche se non può essergli addossata tutta la responsabilità dell'attuale generale instabilità. Resta il fatto che, alla sua prima elezione otto anni fa, gli Usa erano coinvolti principalmente nella guerra in Afghanistan e Iraq; ora, alla drammatica situazione di questi due Paesi si è aggiunto il caos in Siria e in Libia, dove Obama ha responsabilità dirette.

In quest'ultimo anno, Obama ha realizzato due accordi importanti, anche se ancora in via di realizzazione: il trattato sul nucleare con l'Iran e la ripresa dei rapporti con Cuba. Su quest'ultimo accordo vi sono state reazioni negative da parte dei repubblicani e, soprattutto, tra i molti esuli cubani rifugiatisi a suo tempo negli Stati Uniti. Il trattato con l'Iran sembra non essere gradito alla Clinton ed è decisamente avversato da Trump, per il quale fanno paradossalmente il tifo gli estremisti iraniani, con la speranza che la sua elezione porti alla cancellazione dell'accordo con il Grande Satana.