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SIRIA/ Il dopo-Isis prepara nuove guerre

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Una prima, amara conclusione che si può trarre da questo complicato quadro è che la sconfitta dell'Isis, evento ora più probabile ma certamente non vicinissimo, non porrà fine alla guerra civile in Siria, né alla lotta contro l'estremismo islamico. Bisognerà infatti riconquistare le zone controllate da altre milizie jihadiste, come al Nusra, e poi occorrerà intervenire nei conflitti derivanti dalle tante altre divisioni, religiose, tra sunniti e sciiti, ed etniche, come quelle tra curdi, arabi e turkmeni che hanno segnato gli scontri di cui si è parlato prima.

Anche la pregiudiziale posta dalle opposizioni, la cacciata di Bashar al Assad, non basterà per risolvere la crisi. Gli alawiti che sostengono l'attuale regime non accetteranno mai di finire sotto la maggioranza sunnita, sostenuti probabilmente in questa posizione da Russia e Iran. Anche gli Stati Uniti dovrebbero affrontare con prudenza la questione, tenendo presente il disastro combinato in Iraq a parti invertite, dove lo smantellamento dell'apparato statale baathista e le discriminazioni del governo a conduzione sciita contro i sunniti sono tra le cause del successo dell'Isis.

Occorre tener conto inoltre anche del problema curdo. I curdi sono stati i più tenaci combattenti contro l'Isis, sia in Siria che in Iraq, e si sono dichiarati in favore di un assetto federale della Siria, sul quale Mosca ha già dato il suo assenso. Tanto per cominciare, a metà marzo hanno costituito un'amministrazione autonoma nella Rojava, il Kurdistan siriano nel nord del Paese, instaurando buone relazioni con i connazionali del Kurdistan iracheno, da tempo autonomo pur formalmente dipendendo dal governo di Baghdad. La formula federalista è invece rifiutata e vista come un tentativo di dividere la Siria su basi etniche sia dal governo siriano che dai suoi oppositori di etnia araba. Altri gruppi, come turkmeni, assiri e yazidi, sono divisi tra le diverse opzioni.

La formula federalista è fortemente osteggiata anche dalla Turchia, perché limiterebbe l'influenza di Ankara su una Siria liberata da Assad e potrebbe rappresentare una fase preliminare alla costituzione di uno Stato curdo a cavallo tra Siria e Iraq, contiguo alla regione turca abitata in maggioranza da curdi. E' il sogno di indipendenza dei curdi da sempre visto come grave pericolo dalla Turchia e che potrebbe porre qualche problema anche all'Iran, dove pure vi è una minoranza curda.

Difficile trovare una soluzione in tempi brevi e c'è solo da sperare che almeno regga il cessate il fuoco, mentre intanto continua l'odissea dei rifugiati. In un'intervista alla Bbc, il rappresentante per le migrazioni internazionali del segretario generale dell'Onu ha dichiarato contrario al diritto internazionale l'accordo Ue-Turchia che prevede che la Grecia rimandi in Turchia i rifugiati prima di prendere in considerazione le loro richieste di asilo. Amnesty International ha accusato Ankara di espellere illegalmente i rifugiati dal suo territorio, mentre la Grecia dichiara di non aver personale sufficiente per gestire propriamente l'accordo.

Forse qualche orecchio comincia a fischiare a Berlino: a Bruxelles sono notoriamente sordi a tutto ciò che non nasce nelle loro ovattate stanze.

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