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LIBIA/ Così l'Italia protegge la "campagna acquisti" di Serraj

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A blindare ancora di più l'apparente posizione di forza di Serraj è l'attesa dichiarazione apparsa sabato sul sito della Lybia National Oil Corporation (Noc) che, per bocca del suo presidente Mustafa Sanalla, si è detta pronta a "contribuire al processo di pace stabilità e sicurezza del paese" e soprattutto a lavorare con il governo di unità nazionale per coordinare le future vendite di petrolio, plaudendo alla risoluzione Onu n. 2278 che vieta "strutture parallele nell'esportazione del petrolio libico". Un chiaro tentativo di sventare la paventata creazione di una compagnia "parallela" nell'area della Cirenaica.

Serraj avrebbe, poi, anche il consenso di una buona parte della popolazione libica. Al di là delle diatribe tra le milizie e i vari centri di potere, infatti, va detto che la maggioranza dei libici desidera la pace ma soprattutto una ripresa economica del paese. Nulla di cui stupirsi se si pensa che la produzione petrolifera libica è precipitata a poco più di 360mila barili al giorno nel 2015 (poco più del 20% di quella del 2011) e, secondo stime del Fondo monetario internazionale, il disavanzo di bilancio nel 2015 è stato uno dei più alti al mondo, pari al 54 per cento circa del prodotto interno lordo. Davanti a questo scenario a dir poco critico il nuovo governo di accordo nazionale appare, al momento, l'interlocutore più credibile, per lo meno a parole. Non è certo un caso se, fin dai suoi primi discorsi, il premier abbia costantemente ribadito la volontà di mettere in campo tutti gli strumenti per far fronte alla crisi economica in cui versa il paese, pienamente cosciente del fatto che, al di là della presenza dello stato islamico, sono la povertà l'inflazione a preoccupare "la gente comune". 

Il fronte tripolino, comprese due delle principali istituzioni del paese (la Noc e la Banca centrale) sembra compattarsi, dunque, attorno al neonato governo. Tuttavia la rapidità degli eventi e i repentini cambi di casacche dovrebbero portarci a riflettere sulla volatilità del panorama di alleanze libico e suggerire una certa cautela nel delineare possibili scenari di breve periodo.

L'ipotesi più imminente resta quella di due governi. Nella Cirenaica il "vecchio" governo di Tobruk, che peraltro non ha riconosciuto il governo di accordo nazionale, e nella Tripolitania Serraj e la sua compagine in cui si sarebbero riciclati molti dei vecchi amici del governo islamista di Ghwell, pronti agilmente a saltare dall'altra parte della barricata pur di non rinunciare ai possibili benefici in termini economici (leggasi petroliferi) e al riconoscimento, seppure "indiretto", della comunità internazionale. Detta in altri termini, un governo con una componente islamista, questa volta però legittimato dalla comunità internazionale, a Tripoli e un governo laico, declassato dalla posizione di interlocutore ufficiale a quella di attore secondario, a Tobruk. Un' ipotesi che, presumibilmente, potrebbe reggere fin quando l'Egitto al Sisi deciderà di continuare a sostenere il vecchio amico Haftar. 

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