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CASO REGENI/ Biloslavo: ora si cominci a indagare su Londra...

Pubblicazione:mercoledì 6 aprile 2016 - Ultimo aggiornamento:mercoledì 6 aprile 2016, 15.03

Giulio Regeni Giulio Regeni

GIULIO REGENI. “Nella morte di Regeni non ci sono soltanto le responsabilità dei suoi torturatori, ma anche degli accademici inglesi che lo hanno mandato a svolgere un lavoro per il quale sapevano benissimo che rischiava quella fine”. Lo afferma Fausto Biloslavo, inviato di guerra de Il Giornale e Panorama. La delegazione egiziana incaricata di fare luce sul caso Regeni arriverà in Italia oggi, mercoledì, in un clima che si presenta surriscaldato fin dall’inizio. Martedì il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha sottolineato: “Ci fermeremo solo quando troveremo la verità, quella vera e non di comodo”. Il responsabile della Farnesina ha inoltre minacciato “misure tempestive e proporzionate” contro l’Egitto. Una nota del ministero degli Esteri egiziano ha replicato a distanza di poche ore: “Il discorso e le osservazioni di Gentiloni complicano ulteriormente la situazione alla vigilia dell’arrivo della squadra di pubblici ministeri e di alti funzionari egiziani a Roma per condividere con gli inquirenti italiani gli ultimi sviluppi nelle indagini”.

 

Gentiloni ha minacciato che senza una svolta l’Italia è pronta a contromisure nei confronti dell’Egitto. Quali?

Volere è potere: dopo i roboanti annunci di Gentiloni, voglio vedere anch’io quali saranno i provvedimenti. Un conto però è richiamare l’ambasciatore, come è stato fatto mille volte nei confronti dell’India per il caso dei marò. Ben altra cosa è ritirarlo definitivamente: quest’ultimo gesto rappresenterebbe un vero atto di rottura diplomatica. Mentre andrei molto più cauto per quanto riguarda la collaborazione energetica bilaterale. L’ultimo accordo tra l’Eni e l’Egitto sull’estrazione di gas interessa a entrambi, e cancellarlo danneggerebbe tanto loro quanto noi.

 

Lei che idea si è fatto dell’uccisione di Regeni?

In questa vicenda ci sono tutte le “impronte digitali” di un sistema poliziesco brutale. Quello di Al-Sisi è un sistema poliziesco che tortura e fa sparire le persone e governa in modo autoritario, anche se l’Egitto non è certo una dittatura in stile Corea del Nord. D’altra parte ammesso e non concesso che i responsabili siano all’interno dell’apparato egiziano, questa vicenda è stata talmente un boomerang per lo stesso Al-Sisi che sicuramente il gioco, per quanto tremendo, non ne è valsa la candela. In Egitto del resto non c’è un unico servizio segreto, bensì vari gruppi di intelligence.

 

Oltre a un delitto della polizia, ci sono altre piste che meritano di essere seguite?

Sì. Per esempio Regeni aveva presentato una richiesta a una fantomatica Antipode Foundation per realizzare un progetto sui sindacati in Egitto. Il bando prevedeva un finanziamento pari a 10mila sterline inglesi, e sembra che il ricercatore ne avesse parlato anche con i leader sindacali. Gli stessi attivisti anti-regime talvolta sono stati visti con sospetto, in quanto per esempio sono stati considerati informatori della polizia. E’ anche questa una pista parallela da analizzare e seguire come tutte le altre: fino a quando non ci sono delle prove concrete non dobbiamo avere un’unica verità precostituita.

 

Lei come valuta il modo in cui i referenti accademici di Regeni si sono comportati nei suoi confronti?


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COMMENTI
06/04/2016 - commento (francesco taddei)

e il modo in cui regeni si è comportato verso i suoi referenti accademici? talmente imbevuto dell'erba dei vicini da accettare qualsiasi cosa per salire ai loro occhi.