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GEO-POLITICA/ Così Putin mette in crisi gli Usa

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Vladimir Putin (Infophoto)  Vladimir Putin (Infophoto)

Le nuove emissioni obbligazionarie da parte di aziende russe, infatti, sono calate di tre quarti, scendendo dai 101 miliardi di dollari per 288 emittenti nel 2013 ai 27 miliardi e 185 emittenti dello scorso anno, stando a dati di Dialogic. Gli accordi equity, come le Ipo, sono scesi da 10 miliardi di dollari a 1,7 miliardi, con il 2015 che ha visto la raccolta fondi più bassa dal 2003. Da inizio anno, l'attività finanziaria è calata ancora, con l'emissione di debito al -12% su base annua e quella di equity al -18%. Insomma, le sanzioni hanno fatto male, ma non hanno affatto ammazzato Mosca come speravano gli Stati Uniti, i quali hanno compiuto l'enorme errore di scambiare Vladimir Putin per Boris Eltsin. 

Non è così e pur senza la collaborazione di Kudrin, appena tornato, la gestione dell'economia è stata tale che nel primo trimestre di quest'anno il Pil russo si è contratto solo dell'1,1%, meno di quanto atteso e decisamente meglio del -3,8% su base annua del quarto trimestre del 2015. Lo stesso Fondo monetario internazionale ha detto di attendersi che l'economia russa si contragga dell'1,5% quest'anno prima di tornare alla crescita nel 2017, ma, contestualmente, l'inflazione scenderà dall'11% al 6,5%. Per Georgy Egorov di Ubs, «è chiaro che la Russia sta uscendo dalla crisi, ma certo non aspettiamoci più il ripetersi del decoupling di performance economica dei mercati emergenti dal mondo sviluppato. Serviranno venti a favore dall'economia globale per ripartire, ma siamo decisamente ottimisti sulla Russia». 

E Washington che fa? No dice nulla? Ovviamente sottotraccia le pressione affinché a luglio l'Ue sia così stupidamente suicida da votare l'estensione alle sanzioni sono presenti da tempo, soprattutto in Germania e Francia, ma ho il timore che gli Usa stiano giocando la partita su un altro tavolo, decisamente più pericoloso perché non governato interamente dalla politica. Non stupisce, infatti, che in pressoché contemporanea con il ritorno di Kudrin nelle stanze dei bottoni, uno dei membri Nato più strategici per gli interessi statunitensi in Europa, la Polonia, esprimesse questo concetto: «Qual è la più grande e pericolosa minaccia per il mondo libero? Non il Califfato, bensì la Russia». Parola del ministro degli Esteri polacco, Witold Waszczykowski, citato da molti siti europei, tra cui quello della Die Welt

Il capo della diplomazia del governo al potere nel più grande Paese orientale della Nato dopo le elezioni del 25 ottobre scorso, ha reso tali dichiarazioni in pubblico durante un dibattito sul futuro dell'Alleanza atlantica svoltosi nella capitale slovacca, Bratislava. Stando al giudizio di Waszczykowski, le attività della Russia «sono una minaccia esistenziale, perché possono distruggere Paesi». Anche le attività dell'Isis, ha continuato, «sono un grandissimo pericolo, ma il Califfato jihadista però non minaccia l'Europa nella sua esistenza. Per questo, la Nato dovrebbe rafforzare la sua presenza militare nei suoi Paesi membri orientali, al fine di dimostrare determinazione a fronte di Mosca». 



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