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CAOS LIBIA/ Ma quale guardia costiera, ecco il nuovo "scherzo" di Obama all'Italia

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Soldati italiani, foto dal web  Soldati italiani, foto dal web

Difficile dirlo, in ogni caso non va dimenticato che, proprio a proposito di Mosul, siamo stati praticamente costretti ad inviare i nostri soldati a protezione dei lavori della diga, in una delle aree più a rischio del teatro iracheno. Il nostro contingente, che a "pieno regime" dovrebbe arrivare alle 500 unità circa, diventerebbe uno dei più massicci dell'area. 

Ma non è la prima volta che veniamo tirati per il bavero della giacca. Basta fare un passo indietro di poco più di 10 anni, alla guerra irachena del 2003, quando fummo "spinti" ad entrare in una "coalizione dei di volenterosi" — che forse, almeno per certi paesi, sarebbe stato meglio chiamare "dei coscritti" — in nome della dottrina della guerra preventiva, con conseguente esportazione della democrazia, di George W. Bush. Una guerra i cui risultati sono noti. E gli esempi potrebbero continuare.

Insomma anche questa volta gli americani — per utilizzare una espressione oramai nota — sembrano voler fare "i militaristi con i soldati degli altri". Suonano, dunque, ora ancor più paradossali le dichiarazioni di Obama nell'intervista "mea culpa" rilasciata al The Atlantic lo scorso marzo in cui, in riferimento alla scellerata azione anglo-francese in Libia del 2011, riferendosi agli alleati non esitò a dire: "E' ormai diventata un'abitudine negli ultimi decenni che in queste circostanze la gente ci spinga ad agire ma non mostri nessuna intenzione di rischiare nulla nel gioco". E' il caso di dire "predicare bene e razzolare male".  

In ogni caso, non sappiamo con certezza se questa sia la solita anticipazione americana o un semplice monito al governo Renzi a fare di più in Libia. Ma tanto vale operare alcune considerazioni sulle conseguenza di un possibile intervento "più massiccio" a guida italiana in un contesto operativo come quello attuale.

In primo luogo il Gna di Serraj, nella migliore delle ipotesi, controlla solo una parte del paese. Non è giunto da Tobruk nessun riconoscimento formale e il generale Haftar, armato dall'Egitto e supportato anche dai francesi, sembra ben lontano dal voler deporre le armi ed intavolare un dialogo inclusivo con il neoinsediato governo tripolino. Pertanto, anche con un'esplicita richiesta formale del governo unitario, il teatro operativo libico resta molto rischioso sia per le fratture in essere, sia per la frammentarietà del territorio e delle milizie, anche nella stessa area della Tripolitania. 

In secondo luogo, un intervento militare richiederebbe una linea di supporto diplomatico internazionale coerente ed unitaria e questa, al momento, parrebbe proprio non esserci, visto che molti attori, tra la cui la Francia e la Gran Bretagna, in sede Onu hanno mostrato il loro volto presentabile, sostenendo le scelte della coalizione, ma nel frattempo hanno continuano a perseguire il proprio interesse nazionale "foraggiando" le milizie di Haftar in Cirenaica. Come se non bastasse, da indiscrezioni apparse su alcuni quotidiani nazionali, risulterebbe anche una presenza italiana nella base di Benina in Cirenaica. E' necessario aggiungere altro per spiegare l'assenza di una chiara strategia per la Libia?



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