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SIRIA/ Micalessin: la presa di Raqqa dipende da Assad e Putin, non dagli Usa

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A Raqqa c’è già un’emergenza umanitaria da quando è arrivato l’Isis. Numerosi abitanti della città per fortuna sono già riusciti a fuggire, e d’altra parte ritengo che molti siriani sarebbero disposti ad affrontare un’emergenza umanitaria pur di vedersi liberati dall’Isis.

 

Com’è in questo momento la situazione sul terreno?

Ci troviamo in un momento di stasi. Dopo avere riconquistato Palmira, Assad e Putin puntano su Deir-El-Zor ma in questo quadrante hanno un po’ perso smalto. Deir-El-Zor è in parte circondata dall’Isis, e si trova priva di linee di comunicazione terrestri. La città è però ancora controllata dai governativi che sono riusciti a tenere aperto l’aeroporto. La prossima mossa di Assad si concentra lì.

 

Che cosa accadrà se la mossa gli riesce?

Da Deir-El-Zor potrebbe partire la controffensiva governativa su Raqqa. Se qualcuno ha realmente la possibilità di liberare Raqqa, è piuttosto il governo di Bashar Assad supportato dalla Russia. Da un punto di vista politico, trovo più complicata una liberazione per mano dei curdi.

 

Nel frattempo si stanno facendo dei passi in avanti anche per quanto riguarda il processo politico?

In parte sì. In Siria sono in atto le cosiddette “operazioni di riconciliazione” con i gruppi dell’Esercito Siriano Libero, che nella zona circostante Damasco hanno abbandonato la lotta. Di fatto il governo ha consentito loro la presenza armata nelle zone che controllavano, ma nel frattempo hanno accettato un accordo con l’esercito di Assad e hanno rotto i rapporti con Al-Nusra e l’Isis.

 

La popolazione ne ha beneficiato?

Sì. In alcune di queste zone il regime ha permesso agli studenti di affluire nelle aree controllate dal governo per svolgere gli esami scolastici. Questo esperimento come è ovvio non è riuscito uniformemente in tutto il Paese. La stessa riconciliazione è un’operazione complessa, ma per esempio a Homs è riuscita abbastanza bene.

 

C’è qualcuno che rema contro?

Da questo punto di vista si fa sentire l’influenza di Turchia e Arabia Saudita, che rifornendo di soldi e armi sia i gruppi jihadisti sia quelli più moderati, li hanno convinti a continuare combattere insieme contro Assad. E questo perché si erano accorti che l’offensiva russa li stava mettendo completamente fuorigioco.

 

(Pietro Vernizzi)



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