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Esteri

SIRIA/ Micalessin: la presa di Raqqa dipende da Assad e Putin, non dagli Usa

Chi ha la possibilità di liberare Raqqa è il governo di Bashar Assad supportato dalla Russia. Mentre è più complicata una liberazione per mano dei curdi. Lo spiega GIAN MICALESSIN

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Corsa contro il tempo tra Stati Uniti e Russia per arrivare primi a Raqqa e liberare la città al cuore del califfato. Gli americani stanno appoggiando con i raid aerei l’offensiva di terra dei curdi. Come spiega però Gian Micalessin, inviato di guerra de Il Giornale, i curdi non sono arabi e sono malvisti dalle tribù siriane che vivono a Raqqa. Il rischio è che i capitribù, pur di non essere assoggettati ai curdi, finiscano loro malgrado per appoggiare l’Isis consentendo ad Al-Baghdadi di mantenere il controllo della città. Nel frattempo l’esercito di Assad, appoggiato dai raid della Russia, dopo avere conquistato Palmira sta cercando di liberare Deir-El-Zor dall’assedio dell’Isis. Quest’ultima è una città a sud-est di Raqqa, completamente accerchiata, che resiste grazie al lancio di viveri dal cielo. Il piano di Putin e Assad è liberare Deir-El-Zor per poi muoversi da qui verso il cuore politico e strategico del califfato, Raqqa.

La scelta degli Usa di puntare proprio ora su Raqqa arriva per motivi militari o politici?

L’obiettivo della coalizione guidata dagli Usa è anticipare i russi. Mosca appoggia l’offensiva dell’esercito siriano, che si muove verso Deir-El-Zor per poi procedere verso Raqqa. Il grosso problema degli americani è però che operano insieme ai curdi, e quindi collaborano con una popolazione che potrebbe essere invisa alle tribù arabe che abitano a Raqqa.

Quali possono essere le conseguenze?

Pur non essendo favorevoli allo stato islamico, le tribù della zona potrebbero scegliere di aiutare il califfato allo scopo di non avvantaggiare i curdi. Gli Usa devono quindi riuscire a creare una coalizione di gruppi arabi che siano in grado di avanzare verso Raqqa. Pur trovandosi a 30 chilometri dalla capitale del califfato, gli Usa hanno già detto che comunque non punteranno all’occupazione della città bensì soltanto alla zona a nord di quest’ultima. Siamo quindi più in una fase di annunci che di vera pre-offensiva.

Quanto può resistere l’Isis a questa pressione congiunta di Stati Uniti e Russia?

L’offensiva congiunta sta producendo i suoi frutti. Da un lato l’Isis può resistere ai bombardamenti, in quanto questi ultimi non sono determinanti fino a che manca un’operazione di terra. Dall’altra quello che invece può mettere in difficoltà il califfato è la chiusura delle linee logistiche che collegano Raqqa a Mosul. Se curdi e siriani riescono in questa operazione, a quel punto la situazione per il califfato potrebbe diventare critica. Per il momento l’Isis è ancora attivo e dimostra anche di saper reagire, come è avvenuto sia nella zona intorno ad Aleppo sia contro i curdi.

Dopo la liberazione, Raqqa sarà inserita nella zona controllata dai curdi. Come valuta questa scelta?

E’ difficile che questo avvenga, perché la maggioranza della popolazione di Raqqa è araba. Gli stessi curdi dicono di non volere la città. Quest’ultima inoltre è strategica dal punto di vista simbolico per ufficializzare la sconfitta dell’Isis. Ma dal punto di vista economico e politico è un “buco” nel deserto.

L’Onu ha detto che a Raqqa si rischia un’emergenza umanitaria. E’ così?