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Esteri

ISRAELE E PALESTINA/ La soluzione che non c'è e quell'ultima carta chiamata Obama

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D'altro canto, la costituzione di un unico Stato, quello arabo, ha rappresentato a lungo l'obiettivo dei palestinesi dell'Olp e degli Stati arabi al loro fianco, di cui solo due hanno firmato un trattato di pace con Tel Aviv: Egitto e Giordania. La distruzione di Israele e la cacciata degli ebrei rimangono a tutt'oggi l'obiettivo conclamato di Hamas. Le differenze, meglio, l'aperto conflitto tra al Fatah, che controlla i Territori, e Hamas, padrona di Gaza, rende ancor più lontana la soluzione dei due Stati, perché lo stesso Stato palestinese è già di fatto diviso in due parti, separate non solo geograficamente.

In questo quadro la soluzione può essere imposta solo dal di fuori, ma da chi? Il mondo arabo è estremamente diviso al suo interno, Europa e Onu non dimostrano una grande capacità operativa, la Russia è disinteressata, almeno apparentemente, e gli Stati Uniti si stanno preparando a cambiare presidente. Eppure, secondo alcuni commentatori, proprio da Obama potrebbe venire un ultimo tentativo di soluzione, ricordando il suo primo rilevante discorso a livello internazionale, nel 2009 al Cairo, che conteneva anche la "promessa" di risolvere la questione palestinese. Un intervento positivo su di essa si aggiungerebbe quindi al trattato con l'Iran sul nucleare e alla riapertura dei rapporti con Cuba, per cercare di "chiudere in bellezza" una presidenza oggetto finora di molte critiche. Rimane da vedere come l'obiettivo possa essere raggiunto, tenendo conto che i rapporti con Netanyahu non sono proprio eccellenti e il tempo a disposizione è sempre più limitato. D'altra parte, non sembrano aver possibilità più concrete i candidati alla sua successione, quindi ben venga un'iniziativa del presidente uscente.

Una proposta interessante è stata avanzata dal professor Sari Nusseibeh, già presidente della Al-Quds University nel West Bank, la Cisgiordania governata dall'Autorità palestinese. Secondo quanto riportato da Al-Monitor, Nusseibeh propone una confederazione del futuro Stato palestinese con l'attiguo Regno di Giordania, in modo da assicurare quei requisiti di sicurezza ritenuti vitali dagli israeliani: come già detto, la Giordania ha firmato la pace con Israele e tra i due Paesi esistono buoni rapporti. I sistemi di sicurezza giordani sono affidabili e le affinità con i palestinesi forti, dato che la metà della popolazione della Giordania è di origine palestinese. Inoltre, dopo la guerra del 1948 e fino al 1967 la Cisgiordania era occupata da quello che allora si chiamava Regno della Transgiordania.

Numerose sono tuttavia le difficoltà insite nella proposta, a partire dalle obiezioni di Israele, poco disposta a cedere Gerusalemme Est, che affiancherebbe Amman come una delle due capitali della confederazione. Inoltre, al di là delle dichiarazioni, i giordani diffidano dei palestinesi e ne temono una eccessiva preponderanza nel loro Paese. Infine, rimarrebbe aperto il problema della Striscia di Gaza, che fino al 1967 era sotto amministrazione egiziana, ma l'ipotesi di una sua confederazione con l'Egitto non è neppure immaginabile. A meno che i Fratelli musulmani tornino al potere al Cairo, ma anche in questo caso non è detto che la comune militanza islamista con Hamas renderebbe la cosa fattibile. E, a quel punto, i problemi sarebbero comunque ben altri.

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