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ALGERIA/ Bouteflika è agli sgoccioli, il "gigante" rischia di saltare

Uno stato arabo apparentemente tranquillo e finito nel cono d'ombra dei media, ora potrebbe esplodere. In Algeria infatti Bouteflika non riesce più a governare. MICHELA MERCURI

Una donna vota alle ultime presidenziali inAlgeria, nel 2014 (Infophoto) Una donna vota alle ultime presidenziali inAlgeria, nel 2014 (Infophoto)

Il puzzle libico, dopo la riconquista di Sirte da parte delle milizie fedeli al governo di unità nazionale di Fayez al-Sarraj, sembra parzialmente ricomporsi. In Tunisia, nel recente congresso del partito islamista Ennahda, il leader Rachid Ghannouchi ha annunciato una svolta importante, "uscire dall'islam politico" per entrare nell'era della "democrazia musulmana", per usare le sue parole. 

Possiamo iniziare a tirare un sospiro di sollievo, almeno nel Nord Africa? Per rispondere a questa domanda è necessario non limitare il nostro sguardo ai due paesi delle primavere arabe ma allargarlo all'intera regione. Guardando solo un po' più ad ovest vedremmo un paese, attualmente dimenticato dai media, che sta attraversando una delle fasi più delicate della sua storia recente, dalla cui traiettoria potrebbe dipendere anche la stabilità dei paesi vicini.

L'Algeria è un gigante solo apparentemente addormentato. Dal 1999 il paese è governato da Abdelaziz Bouteflika, con lo schema tipico di molti regimi nordafricani e mediorientali. Tutto il potere è accentrato nelle mani dell'entourage presidenziale. Nell'esercito e nella società civile resta in piedi solo chi giura lealtà assoluta al suo "clan". A maggior ragione in un paese dove l'elemento politico è totalmente fuso con quello militare. In queste condizioni le istituzioni sono paralizzate, la corruzione a livelli altissimi, così come la disoccupazione. Scenario molto simile a quello che ha portato alla primavera araba egiziana o tunisina. Si potrebbe obiettare che l'Algeria ha avuto le sue rivolte arabe già nel 2010 e il fatto che sia riuscita a spegnerle ha fatto chiudere agli osservatori ogni dubbio sulla stabilità del paese, facendo dell'Algeria l'eccezione felice nel prisma comparativo, spesso fallimentare, delle primavere arabe. Allora le rivolte furono sedate in tempi brevi e senza grossi spargimenti di sangue per almeno due motivi. In primo luogo, con un'economia che si regge per circa il 95% sulle esportazioni di greggio, l'Algeria è un rentier State e come tutti i rentier dell'area si è trovata a disporre di una grande ricchezza la cui redistribuzione è stata fondamentale per garantire la stabilità del regime. Per placare il dissenso sociale il governo è intervenuto con elargizioni rese possibili dagli ingenti proventi petroliferi. In secondo luogo, durante le manifestazioni di piazza, ben pochi ad Algeri chiedevano la testa del leader, come accaduto invece in Egitto e Tunisia. Troppo fresco era il ricordo del terribile conflitto degli anni 90 e quindi la paura della "deriva islamista". 

Ora però le cose potrebbero cambiare. Abdelaziz è molto malato. Fino a poco tempo fa la notizia era stata abilmente nascosta dal suo entourage che aveva dosato le apparizione del vecchio e malandato presidente che, con il solito plebiscito bulgaro, nel 2014 è stato riletto per il quarto mandato.