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Esteri

STRAGE A ORLANDO/ Usa, com'è difficile uscire dal gioco delle due paure

America sconvolta dall'eccidio compiuto a Orlando (Florida) da Omar Mateen, indottrinato da un imam estremista. Si indaga a tutto campo, mancano ancora punti fermi. PAOLO VALESIO

Omar Saddiqui Mateen, l'assassino di Orlando (Foto dal web)Omar Saddiqui Mateen, l'assassino di Orlando (Foto dal web)

Due pensatori così divergenti fra di loro come il romanziere tedesco e filosofo della politica Ernst Jünger (1895-1998) e il filosofo americano del linguaggio e saggista politico Noam Chomsky hanno parlato — in epoche e modi diversi — dell'apparato statale come di una creatura che guarda alla sua stessa popolazione in quanto potenziale avversario, e che ha bisogno soprattutto di mantenerla in uno stato di paura. Iperbolico? Forse (ma il vero pensiero,  a differenza del bla-bla-bla, si nutre anche di iperboli). Allarmistico? Non direi, in un momento in cui le grida d'allarme, soprattutto da parte dei politici (ma anche di tanti giornalisti) si moltiplicano nelle più varie direzioni.

D'altra parte: paura non è uguale a terrore; e non ogni forma di terrore è terroristica (anche se ovviamente ogni forma di terrorismo si nutre di terrore). Mentre scrivo non è ancora chiaro se il massacratore della discoteca in Florida (il giovane afgano-americano a cui non posso rifiutare la pietà dovuta a ognuno che muore, ma a cui nego l'onore di nominarlo) fosse un micro-protagonista del terrore o un vero e proprio terrorista. Ciò che peraltro sembra chiaro è che questo, come gli innumerevoli gesti simili, contiene una certa sua terribile dialettica: da un lato c'è la coltre della paura (che può anche risultare tiepida e confortevole) sotto la quale ogni stato protegge e controlla a modo suo la propria popolazione; e dall'altro ci sono i gesti più o meno isolati in cui i rappresentanti di entità semi-statali (o addirittura singole persone scatenate) lacerano ogni tanto questa coltre. Ovvero: risposte patologiche a una "normalità" malata.

E qui non si tratta solo della paura nei confronti della violenza armata. Tutti i discorsi che oggi sono dominanti, sia nell'area governativa sia in quella anti-governativa (dunque, su tutta la gamma della "ragion di stato"), sembrano funzionare soprattutto così: quale parte politica riuscirà a spaventare maggiormente la popolazione, dunque a persuaderla a schierarsi sotto questo o quell'altro mantello protettivo, giungendo così a esercitare maggior controllo sulle leve dello stato? Dibattito sul Brexit: paura contro paura; elezioni politiche dappertutto (compresa ovviamente l'Italia): paure contro paure; e così via.

In un suo romanzo del 1943, The Ministry of Fear (Il ministero della paura), che si svolge durante il "Blitz" nazista su Londra, il grande romanziere inglese Graham Greene (il quale fra l'altro in quel periodo lavorava per i servizi segreti) descrive un uomo solitario, traumatizzato dal suo passato e disorientato che, vagando per Londra bombardata, va a incappare in una rete di insospettabili spie naziste. Non è uno dei migliori romanzi di Greene (anche se il suo linguaggio e la sua struttura funzionano a un livello ben più alto di quello del genere letterario analogo così come esso è praticato oggi) — ma non è questo ciò che importa qui.