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SCENARI/ Taiwan, la "seconda Cina" sta con Pechino o con gli Usa?

Pubblicazione:mercoledì 15 giugno 2016

Tsai Ing-wen, primo capo di Stato donna di Taiwan Tsai Ing-wen, primo capo di Stato donna di Taiwan

Le pretese territoriali della Repubblica Popolare Cinese nel Mar Cinese Meridionale e Orientale continuano a destare vive preoccupazioni negli altri Paesi rivieraschi, alla base anche della recente abolizione dell'embargo degli Stati Uniti sulla vendita di armi al Vietnam, che ha concluso il processo di pace in atto da diversi anni tra i due Paesi. Queste tensioni hanno probabilmente anche influenzato le recenti elezioni nella Repubblica di Cina, cioè Taiwan, dove è stata eletta per la prima volta a capo dello Stato una donna, Tsai Ing-wen. E' anche la prima volta che il Partito Nazionalista, il Kuomintang di Chiang Kai-shek, perde le elezioni da quando, negli anni 90, venne introdotta una reale democratizzazione nel governo dell'isola.

Dopo la vittoria nella guerra civile dei comunisti guidati da Mao Tse-tung e la costituzione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, i nazionalisti di Chiang Kai-shek si ritirarono a Taiwan, o Formosa come era conosciuta in Occidente, e da allora entrambi i governi, quello di Pechino e quello di Taipei, continuarono a dichiararsi governo legittimo dell'intera Cina. Vi furono anche scontri militari, come alla fine degli anni 50 con il bombardamento delle Quemoy, isole dipendenti da Taipei ma a pochi chilometri dalla costa cinese. Nel 1992 furono avviati dei colloqui tra i due governi per trovare una soluzione, colloqui che continuano formalmente ma che trovano un grosso ostacolo nel concetto base nella posizione di Pechino: una sola Cina, sia pur provvisoriamente con due governi, di cui quello di Taipei viene considerato il governo de facto di una provincia tuttora definita ribelle. La comunità internazionale ha accettato la versione della Cina, che ha infatti sostituito nel 1971 Taiwan all'Onu, e la Repubblica di Cina è riconosciuta solo da 22 Stati, tra cui la Città del Vaticano.

Nel suo discorso di insediamento, il 20 maggio scorso, Tsai Ing-wen ha parlato dei colloqui del 1992 come di un'opportunità da continuare a sfruttare per una pacifica convivenza, ma si è guardata bene dal definirli "accordo" e da citare il concetto di "unica Cina". Inevitabili le reazioni irritate di Pechino e una ripresa di pressioni anche sul piano internazionale dirette ad isolare il nuovo corso politico di Taipei, che, malgrado la prudenza dimostrata dalla nuova presidente, si presenta meno amichevole nei confronti di Pechino. Il precedente capo di Stato, il nazionalista Ma Ying-jeou, era stato protagonista lo scorso novembre di uno storico incontro a Singapore con il presidente cinese Xi Jinping, il primo dalla fine della guerra civile. Nell'incontro, Ma aveva chiesto a Xi di rinunciare a iniziative minacciose nei confronti di Taiwan ma, pur sottolineando le significative differenze tra le due parti, aveva parlato di "un'unica famiglia cinese", unita da una stessa storia e cultura. Ciò aveva causato proteste nell'isola, dove è sempre più frequente l'affermazione di una identità taiwanese distinta da quella più genericamente cinese, con conseguente richiesta di indipendenza da Pechino. Posizioni queste fatte proprie dal Partito Democratico Progressista guidato da Tsai Ing-wen e alla base del suo travolgente successo.


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