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BREXIT & DINTORNI/ Se l'Economist "norvegese" sfugge ancora alle ramanzine della vecchia Regina

David Cameron (Infophoto) David Cameron (Infophoto)

Intelligence è parola squisitamente britannica: sintetizza una capacità peculiare di raccogliere informazioni e di elaborarle razionalmente in tempo reale per costruire il migliore dei mondi possibili ed evitare i peggiori. L'empirismo e il pragmatismo al loro meglio: Oxbridge che studia il greco antico ma disegna il Fondo monetario internazionale. E dal liberalismo britannico - nato un secolo prima della Rivoluzione francese - è nata la democrazia: "il peggiore dei regimi possibili salvo tutti gli altri", diceva Winston Churchill, vincitore di Hitler spedito a casa il giorno dopo da libere elezioni. Non da una figuraccia epocale come quella accusata da David Cameron.

Dentro la "sconfitta per tutti" di Brexit c'è anche la negazione di un'energia culturale. E l'affanno di archiviare tutto e subito come l'ennesimo "incidente di percorso". Abbiamo visto com'è andata a finire. Non un secolo fa, ma negli ultimi nove anni. L'abbiamo visto sulle isole britanniche: dalle code dei depositanti agli sportelli di Northern Rock nell'estate 2007 a quelle dei londinesi (non degli ateniesi) che cercavano di cambiare sterline in euro alla vigilia del referendum. Alla faccia dei martellanti sondaggi pro-remain propagandati il giorno dopo a seggi aperti. Non sappiano se la baronessa Margarteh Thatcher sorriderebbe o s'infurierebbe. Di certe la Britannia che lei ha inaugurato nel 1979  - un anno prima dell'elezione alla Casa Bianca di Ronald Reagan - è finita. Non è una buona notizia per nessuno. Ma stavolta non è colpa degli altri.

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