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PAPA IN ARMENIA/ Francesco, il sangue dei martiri non è proprietà, ma dono

Papa Francesco conclude il suo viaggio in Armenia con una dichiarazione congiunta, firmata insieme a Karekin II, Catholicos degli Armeni, che impegna alla pace. CRISTIANA CARICATO

Il monastero di Khor Virap con l'Ararat sullo sfondo (Foto dal web) Il monastero di Khor Virap con l'Ararat sullo sfondo (Foto dal web)

YEREVAN (Armenia) — Il monte Ararat, quello di Noè e dell'arca, è di fronte ai due uomini anziani. Uno è incappucciato in nero, fino ai piedi, l'altro è bianco. Di spalle sembrano avere quasi la stessa stazza. Sono stati affianco, sempre, negli ultimi tre giorni e ora lo sono ancora una volta: guardano insieme oltre il confine, verso quel mito biblico che si staglia immobile, bianco di neve anche in estate dichiarata. Luogo del desiderio e dell'anima, fulcro della vita di un popolo e di un'intera nazione. Terra persa ma instancabilmente amata. 

Guardano insieme verso l'Ararat, ripercorrono ciascuno a suo modo "la storia unica, intrisa di fede rocciosa e di sofferenza immane" dell'Armenia. Uno arriva da pellegrino, l'altro da erede e guida di un popolo martire. Il silenzio domina, insieme al frullare delle ali di colombe. E' il modo lirico e insieme simbolico per raccontare un desiderio di pace condiviso, costruito nelle ore passate insieme sotto lo stesso tetto nella città sacra di Etchmiadzin. 

Memoria e profezia si concentrano al monastero di Khor Virap, per l'ultimo atto dell'itinerario spirituale ed ecumenico compiuto da Papa Francesco nel primo lembo di Caucaso visitato. Gregorio l'Illuminatore, che per noi è l'armeno raccoglitore di devozione nei vicoli di Napoli, ha fondato qui la Chiesa apostolica. Le ha dato stabilità e robustezza istituzionale. Nel 301, ben 12 anni prima dell'Editto di Tolleranza di Costantino, ha convinto un re, feroce per giunta, Tiridate III, a fidarsi del Dio cristiano e dei suoi seguaci. E' tutto quello che basta agli armeni per sentirsi prediletti e amati, ebrei d'Oriente per analogia di destini e persecuzioni. 

Eppure le mura del V secolo, il pozzo in cui Gregorio passò 13 anni della sua vita cibandosi solo del pane lanciato da una vedova, il paesaggio mistico che circonda il sito più caro agli armeni non sono nulla in confronto a quel monte che sorveglia la storia del paese dei melograni. Si racconta che in uno dei tanti infruttuosi negoziati tra Turchia e Armenia, un diplomatico di Ankara accusò il suo interlocutore di Yeravan di usare impropriamente un simbolo che non gli apparteneva. La sagoma dell'Ararat, infatti, campeggia sulla bandiera armena, come sulle bottiglie di cognac, sulle fabbriche sovietiche e sui souvenir delle bancarelle. E' l'icona rubata al mito e fissata sulla carne di ogni armeno. E' proprietà esclusiva di ogni figlio della Chiesa apostolica, eppure lontana oltre un confine bollente. 

Pare che la sagacia armena produsse una risposta fulminante. "Le stelle e la luna sono sulla vostra bandiera — sentenziò sornione il diplomatico — e anche loro non vi appartengono". Forse bisognerebbe riflettere sul fatto che nulla in fondo ci appartiene sebbene tutto sia profondamente nostro. Persino la memoria più sacra non va considerata dono esclusivo.