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CAOS TURCHIA/ Il vero disegno di Erdogan e dei golpisti

Pubblicazione:giovedì 21 luglio 2016

Recep Tayyip Erdogan (LaPresse) Recep Tayyip Erdogan (LaPresse)

Erdogan è rimasto nella Nato solo per poter neutralizzare il ruolo degli Usa e dell’Europa in Turchia, cogliendo l’occasione del risveglio fondamentalista islamico come tempo propizio per rinnovare i bassi quadri dell’esercito con reclute fondamentaliste, creando corpi speciali di polizia in cui la presenza di Daesh è nota e preclara, come documenta il ruolo svolto dalla polizia medesima nell’organizzare i corridoi di penetrazione dei fondamentalisti islamici in Siria e in tutte le zone di crisi controllate dall’Isis.

Il sogno di una grande Turchia si trasformava da continuazione del destino ottomano in un nuovo nazionalismo panislamico che vedeva nella disgregazione statuale della Siria, dell’Iraq e della Libia l’occasione migliore per conquistare quell’influenza regionale che Ataturk non era stato in grado di affermare e che ora, sotto la bandiera del Profeta, si poteva prospettare come raggiungibile.

Ma l’esercito nei suoi alti gradi e le fazioni settarie proliferate nel corso del ventennio post-Ozal (di cui il famoso Gulen al quale si danno tutte le colpe è un’esponente, ma non il solo e forse neppure il più importante) rendevano manifesti gradi di insoddisfazione sempre più frequenti. Gli arresti durante la “crisi Ergenekon” rendevano evidente lo stato di fibrillazione e di divisione crescente nel seno stesso dell’esercito e dei suoi alti gradi a cui non riuscivano a opporsi né i fautori di un ritorno al kemalismo, né gli uomini di Erdogan, perché anch’essi erano investiti da divisioni crescenti come emerse con evidenza con le recenti dimissioni di Davutoglu, già ministro degli Esteri, il quale da delfino presto si trasformò in reietto.

La Nato - ed è questo il punto essenziale che spiega la crisi turca attuale - non svolge più quella funzione unificante dello Stato che un tempo, sin dalla seconda guerra mondiale, era stata in grado di svolgere. E questo in primo luogo per lo sfaldarsi di una chiara delineazione della strategia degli Usa a partire dalla guerra in Iraq, nel 2001. Tale crisi ha avuto in Medio Oriente il punto più basso della sua capacità di egemonia e di dominio insieme. Tutti contro tutti: questo è ora il contesto in cui si sono sviluppate le drammatiche ore di un breve colpo di Stato. Coloro che lo hanno ispirato non sono stati in grado di portarlo a termine con decisione e con quell’inevitabile crudeltà insita in tali decisioni. E l’indecisione è stata fatale: se hai un nemico uccidilo, non devi mai ferirlo soltanto. Machiavelli ci insegna a comprendere il destino dei popoli ancora oggi.



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