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GEO-POLITICA/ Così l'America torna a parlare di guerra

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Gli autori del rapporto, poi, hanno promosso una serie di raccomandazioni alle autorità europee in materia di guerra mediatica: «Se i miti del Cremlino si basano sul fatto che l'Ue è il male e sui suoi fallimenti, l'obiettivo dell'Ue dovrebbe essere quello di sviluppare la sua concezione sulla base dei valori europei, sottolineando che l'Ue è una forza per cui sono importanti i diritti umani, lo stato di diritto, la libertà e l'uguaglianza». Il problema, in realtà, non è come i media russi dipingano l'Ue, ma cosa della stessa pensino gli stessi cittadini europei, ma questo è un tema troppo complesso per le menti mignon di chi ha compilato quel rapporto, il quale immagino abbia trovato ampio consenso nelle centrali della Cia in Europa, soprattutto in Germania, dove l'agenzia Usa controlla metà dei servizi segreti. 

Sapete, poi, qual è la grande colpa dei media russi? Dare conto di ciò che si vorrebbe non trovasse troppa eco. Ad esempio, l'articolo pubblicato su The American Interest dal mastermind della destabilizzazione Usa, Zbignew Brzezinski, il cui titolo è già tutto un programma: Toward a Global Realignment. Nemmeno a dirlo, il riallineamento è quello degli interessi statunitensi in ambito globale e il saggio pare essere un manuale d'uso per Hillary Clinton, in caso venga eletta alla Casa Bianca. Per Zbignew Brzezinski, dopo la stagione del risveglio politico globale, tutti gli attori devono riallinearsi dietro gli Stati Uniti, unica potenza egemone. D'altronde, il vecchio polacco non è nuovo nel dettare la linea ai presidenti, visto che nel 2008 pubblicò un articolo-consiglio sul New York Times, nel quale tracciava i capisaldi di politica estera per Barack Obama, il quale, nemmeno a dirlo, li fece suoi con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti. 

La dottrina di Brzezinski era sempre la stessa usata contro l'Unione Sovietica dei tempi dell'invasione dell'Afghanistan: l'America comincia a barcollare e il nemico diventa arrogante? Diamogli il suo bel Vietnam e vediamo come se la cava: Al-Qaeda e Isis nacquero così, d'altronde. Poi, con il Global Political Awakening, Brzezinski e Obama prepararono un altro bel Vietman: questa volta all'Europa. Partì infatti la stagione delle "rivoluzioni colorate", dovunque possibile: furono le "primavere arabe", i colpi di Stato eterodiretti (incluso quello di Kiev del 2014, fino a quello di Ankara del 2016), il terrorismo diffuso, capillare e organizzato con cui abbiamo tragicamente a che fare in questi giorni, le migrazioni di massa che si sono riversate sull'Europa, l'uso massiccio dei "metadata" accompagnato e integrato da quello dei social network, tutti monopolisticamente in mano agli Stati Uniti. In sostanza, l'applicazione della teoria del caos. E l'Europa ora ne sta vedendo e pagando i risultati. 

E se l'esperimento è riuscito in Europa, di fatto ritenuta già soggiogata agli interessi Usa da Zbignew Brzezinski, il problema restano Russia e Cina. E più passa il tempo, più questi due Paesi appaiono in condizione di «creare improvvisamente le condizioni di rendere l'America militarmente inferiore». Quale delle due scegliere come partner tattico? Qui Brzezinski perde la sua lucidità e oscilla incerto. La leadership americana, scrive, deve «contenere entrambi», ma puntare a eliminare uno dei due. E il più probabile candidato «al momento è la Russia». Insomma, in America, uno dei consiglieri più ascoltati parla apertamente di guerra. E non più quella a bassa intensità del terrorismo diffuso o quella dei golpe a orologeria, si parla di guerra nel senso convenzionale del termine. 


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COMMENTI
29/07/2016 - Ma se a volte c'è guerra fra marito e moglie! (orazio bacci)

Come pensate che il mondo possa andare bene!