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ISIS E TURCHIA/ Ecco perché Erdogan ha scoperto i terroristi solo adesso

Pubblicazione:lunedì 4 luglio 2016

Istanbul, i funerali delle vittime dell'aeroporto (LaPresse) Istanbul, i funerali delle vittime dell'aeroporto (LaPresse)

Attualmente esiste in Turchia una rete organizzativa fatta da associazioni, patronati, scuole teologiche musulmane e molte altre organizzazioni locali che svolgono ruolo di sostegno attivo pro-Isil in ogni città. Si calcola che circa il 7 per cento degli aderenti al califfato siano turchi. Di tutto questo, le autorità sono perfettamente a conoscenza. Tuttavia, i giornali turchi che hanno diffuso queste informazioni, sono stati tutti chiusi e i giornalisti licenziati o incarcerati.
Solo dal luglio 2015, a causa del rischio di isolamento internazionale (e per la forte pressione degli Usa), Ankara ha cominciato a partecipare alle operazioni aeree della coalizione contro lo stato islamico e solo all'inizio di questo mese, per la prima volta, i tribunali turchi hanno emesso le prime condanne all'ergastolo contro tre terroristi Isil.
Le cifre danno il tenore del problema: secondo fonti del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, da inizio anno, la polizia turca ha fermato 1.300 sospetti affiliati all'Isil, circa 350 sono stati arrestati. Mentre da luglio dell'anno scorso, alle frontiere sono state fermate 150mila persone di cui l'1,6 per cento di esse sono state identificate come sospetti terroristi. Di questi, parte sono stati arrestati e parte sono stati lasciati liberi di varcare il confine. La polizia turca inoltre ha rimpatriato 2.337 terroristi provenienti da 85 diversi paesi.
Il resto è cronaca: con una lettera (seguita da una telefonata a Putin) Erdogan ha chiesto scusa alla Russia per l'aereo abbattuto. Nello stesso tempo, ha cercato con un incontro ad alto livello di ricomporre la crisi diplomatica con Israele. Erdogan forse si è reso conto dello sfacelo a cui sta portando la Turchia, coni danni che ne derivano — tra gli altri — per l'economia e il turismo. Però il suo comportamento è ancora ambiguo: non cessa infatti, di trasformare lo stato in senso sempre più autoritario. Gli ultimi due provvedimenti legislativi sono esplicativi: con uno ha provveduto ad abolire  l'immunità parlamentare e con un l'altro l'ha data all'esercito.
Inoltre, l'altro ieri è stata respinta una mozione che chiedeva una commissione di inchiesta che facesse luce sulle complicità tra stato ed Isil. Difficile dire se questi fatti avvicineranno la pace in Siria. Finora, al di là della registrazione di un mutamento di strategia, tutto ciò che succede sembra non aver portato alcun insegnamento. 
I leader politici europei, quando la violenza disseminata si ritorce loro contro, chiamano ad un'evanescente unità con gli alleati ma non cambiano i giudizi di fondo: prevale l'idea che si siano fatti solo errori di strategia. In sostanza, il cambiamento visto finora da parte dell'Occidente e della Turchia, è registrabile solo nel numero di bombe destinate verso l'incomodo. Inutile dire che di una prassi interna di pace, vissuta a cominciare dai nostri paesi, non se ne parla; così i nostri comportamenti sono sempre funzionali a qualcosa e non veri, preoccupati più delle conseguenze che dell'essere e perciò deboli e inefficaci.



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