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DALLA GRECIA/ Le tre parole rimaste un anno dopo il referendum

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Entro la fine di questo mese il Parlamento deciderà se istituire una commissione che indaghi sulle responsabilità dell'ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, durante i suoi sei mesi di "trattative". La proposta è stata avanzata dal partito di opposizione Nea Demokratia. Il governo permetterà di processare se stesso? Difficile crederlo. Comunque sia, esattamente un anno fa (5 luglio) Varoufakis si dimetteva. Finalmente il governo ha trovato il suo capro espiatorio. Due ministri si sono spinti a dire che Varoufakis era intenzionato a firmare gli accordi che aveva preso il precedente governo Samaras. 

Esattamente un anno fa la Grecia aveva dichiarato il suo "no" in un referendum che spaccò il Paese. Il 63% dei greci si è dichiarato contro la proposta di misure presentate dalla Troika. Inutile ricordare che pochi giorni dopo quel sonoro "no" venne reinterpretato da Alexis Tsipras come un "sì" alle nuove misure contenute nel terzo Memorandum. 

Un anno dopo, cioè oggi, il 63% dichiara, secondo un sondaggio,  che quel referendum è stato un clamoroso errore politico. Ma quale sbaglio?, scrive Syriza. "Con il 'no' il nostro popolo ha inviato un chiaro messaggio all'Europa. È stato il risultato del referendum che ha innescato e innesca azioni progressiste in altri Paesi europei". E di seguito, qualora non fosse chiara la dislessia della sinistra radicale, "con il 'no' il popolo ellenico ha urlato che l'insistenza sui numeri, mentre i popoli soffrono, comporta un pericolo per l'Europa. Un avvertimento che purtroppo si conferma oggi con Brexit e con l'ascesa dei nazionalisti". 

In aggiunta, il ministro allo sviluppo, Panos Skurletis, ha chiarito: "Il referendum è stato un momento alto per la società ellenica. Se non ci fosse stato è possibile che ci saremmo trovati di fronte a Grexit". È possibile? Certamente per coloro che non  hanno memoria storica. Ma non era stato Efklidis Tsakalotos, oggi ministro delle Finanze, e volenteroso aiutante della Troika,  a sostenere che il referendum era stato indetto per non spaccare la maggioranza parlamentare di Syriza?

È possibile che l'analisi del partito di lotta-governo sia un ossimoro, osservando quanto è successo nei mesi precedenti e a quanto succederà a settembre, quando, per ricevere la seconda trance di 2,8 miliardi, il governo dovrà eseguire, a comando, un'altra piroetta verso destra. Non sarebbe la prima. È certo che quel referendum - il suo risultato e l'uso che ne ha fatto il governo Tsipras - è ancora una ferita aperta. 



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