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STRAGE DI DALLAS/ Bianchi contro neri, quando muore un Sogno tutto può succedere

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I resti della sparatoria a Dallas (LaPresse)  I resti della sparatoria a Dallas (LaPresse)

La sparatoria di Dallas — dove un afro-americano ha ucciso cinque poliziotti dopo che la polizia aveva abbattuto due afro-americani in Louisiana e Minnesota — è il più grave attentato contro le forze dell'ordine americane dopo l'11 settembre e segnala quello che i sociologi più attenti alla vita sociale degli Stati Uniti segnalano da tempo: gli Stati Uniti sono disuniti, il sogno americano di una società dove, alla fine, qualunque sia il colore della pelle o la religione alcuni valori sono condivisi da tutti, è finito.
Qualcuno potrebbe pensare che il sogno americano è una finzione, pensando alla Guerra Civile che ha fatto più morti statunitensi delle due guerre mondiali messe insieme. Eppure dalle ceneri di quella terribile guerra era nato faticosamente un ethos americano condiviso, rafforzato dalle due guerre mondiali vissute dalla nazione con un afflato patriottico che aveva unificato le diverse etnie e religioni, i cui fedeli avevano combattuto ed erano morti insieme nelle stesse trincee. Il movimento per i diritti civili degli afro-americani aveva avuto i suoi oppositori, ma alla fine era entrato in una narrativa americana condivisa. E poteva sembrare che l'elezione di un presidente di colore, Barack Obama, nel 2008 avesse finalmente consacrato l'unità della nazione al di là delle barriere razziali. Anche molti che non condividevano nulla dell'agenda politica di Obama avevano festeggiato la sua elezione — quel giorno ero a Chicago, e lo ricordo bene — precisamente per questo motivo. Le ultime ferite della schiavitù si rimarginavano e la nazione voltava definitivamente pagina. O almeno così sembrava.
Perché, di fatto, è avvenuto il contrario. La narrativa americana si fondava infatti su due elementi: un sentimento di superiorità — quello che dà tanto fastidio ai vicini latino-americani — secondo cui l'America è la prima potenza mondiale, investita della missione di prendersi cura del resto del mondo, e l'idea che i buoni americani — siamo neri o bianchi, protestanti, cattolici o ebrei — condividono una serie di valori morali essenziali.
Il secondo elemento della narrativa aveva cominciato a rompersi con l'aborto, che aveva diviso profondamente "pro-choice" e "pro-life", e si è rotto definitivamente con il matrimonio omosessuale. I commenti durissimi dei quattro giudici su nove della Corte Suprema, compreso il suo presidente, che non hanno condiviso la decisione della maggioranza di imporre a tutti gli Stati il matrimonio fra persone dello stesso sesso hanno offerto un'immagine plastica degli Stati Disuniti. Se volano gli stracci all'Interno della Corte Suprema, la più augusta istituzione del Paese, la narrativa degli Stati per definizione Uniti crolla come un castello di carte.
Con Obama è successo anche dell'altro. In una riedizione più lunga della disastrosa presidenza di Jimmy Carter, gli Stati Uniti hanno fatto un passo indietro, hanno abbracciato il pluricentrismo e hanno dato l'impressione di abbandonare la pretesa di essere la potenza regolatrice dell'ordine mondiale, salvo poi cercare di riprendersela nel confronto con la Russia con una serie infinita di passi indietro, passi avanti e contraddizioni.



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