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CAOS LIBIA/ Sarà il petrolio a decidere la partita Serraj-Haftar

Pubblicazione:giovedì 11 agosto 2016

Guerra in Libia (LaPresse) Guerra in Libia (LaPresse)

Il governo Serraj è stato creato dalla comunità internazionale anche — e forse soprattutto — con l'obiettivo di legittimare un'azione internazionale in Libia. Il premier libico ha più volte ribadito alcune richieste specifiche, come quella dell'intervento aereo e della non ingerenza nelle operazioni militari sul terreno (se non per i compiti di addestramento, eccetera), dimostrando una certa autonomia decisionale. Resta il fatto, però, che sono le varie potenze internazionali ad avere l'ultima parola sugli interventi da realizzare. Prova ne sia che la Francia, in barba alle decisioni prese nelle sedi internazionali, continua a sostenere il generale Haftar mentre gli americani, che pure ora sostengono apertamente il Gna, sembrano spinti più da motivazioni "altre", come dare una mano a Hillary Clinton o un monito a Mosca, piuttosto che da un reale coinvolgimento nel progetto unitario.

Quali sono i precisi interessi dell'Italia in questa missione libica di cui oggi si è saputo con certezza?
In primo luogo, senza la stabilità della Libia l'Italia non potrà raggiungere l'obiettivo fondamentale di un contrasto serio agli scafisti e del conseguente contenimento dell'emorragia di sbarchi d'immigrati sulle nostre coste. Da questo punto di vista, come ricordato forse in maniera un po' sinistra dallo stesso Serraj nell'intervista al Corriere, una stretta sulla lotta alla criminalità consentirebbe anche un'azione più efficace nel controllo degli jihadisti che potrebbero imbarcarsi dalle coste libiche. In secondo luogo l'Italia deve difendere i propri interessi economici nel paese. Infine, è interesse prioritario riacquisire un peso internazionale, in un momento in cui tutti i nostri presunti alleati perseguono, in Libia come altrove, i propri interessi nazionali. Partire dalla nostra "sponda sud" potrebbe essere l'unico modo per farlo.

Quanto pesa ancora oggi il non riconoscimento del Gna da parte di Tobruk e del generale Haftar, a proposito del quale Serraj dice che "il nostro dialogo con lui non è mai venuto meno"?
E' questo il principale problema che si porrà nel dopo-Isis. Eliminato lo stato islamico da Sirte, resteremo, nella migliore delle ipotesi, con una Libia spaccata in due. Parte dell'est del paese è — e presumibilmente resterà — nelle mani di Haftar che, a sua volta, è appoggiato dall'Egitto, dagli Emirati, dalla Russia e dalla Francia. Tripoli, con il suo governo di unità nazionale, che però non è stato riconosciuto dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, è supportato, tra gli altri, dagli Stati Uniti e dall'Italia. Schieramenti ed interessi ben precisi che, stanti così le cose, difficilmente potranno convergere. La domanda a questo punto è: sarà più semplice convincere tutte le parti in causa ad accordarsi per una soluzione davvero unitaria o ipotizzare una soluzione federalista?

Quante "Libie" ci sono oggi?


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