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SCENARI/ Cosa porta la pace tra Turchia e Israele ai danni di Gaza?

Non si è molo riflettuto sulle conseguenze, per gli equilibri mediorientali, dell'accordo raggiunto tra Turchia e Israele. Ora Netanyahu userà Erdogan contro l'Iran. FILIPPO LANDI

Benjamin Netanyahu (LaPresse) Benjamin Netanyahu (LaPresse)

La mattina del 27 giugno scorso, nei saloni dell'Hotel Hilton, a Roma, sulla collina di Monte Mario, Bibi Netanyahu può annunciare ai giornalisti l'accordo con la Turchia. Il tenace mediatore della rinnovata intesa tra Israele e Turchia è il segretario di Stato americano John Kerry, che quella mattina sta lasciando Roma, dopo ventiquattro ore di incontri con gli esponenti dei due paesi.
Occorre partire da questa  data e dal contenuto di quell'intesa, che chiude il contenzioso su Gaza, per agguantare i fili dei rapporti tra due delle potenze mediorientali.     
A sei anni di distanza dall'assalto dei commando della marina israeliana al traghetto turco Mavi Marmara, diretto con aiuti umanitari a Gaza per rompere l'embargo, Israele accetta  formalmente di fare le sue scuse alla Turchia. In quell'assalto dieci cittadini turchi (compresa una persona morta in seguito in ospedale per le ferite riportate) vennero uccise dai militari israeliani. Le scuse ufficiali sono state, da sempre, la prima delle richieste del premier e poi presidente turco Recep Tayyip Erdogan per riannodare le relazioni diplomatiche, politiche e commerciali tra i due paesi. Seconda richiesta, anche questa soddisfatta in quella mattina romana, è il risarcimento israeliano alle famiglie delle vittime. La terza richiesta era la fine del blocco navale israeliano a Gaza. D'altra parte, la Mavi  Marmara era stata noleggiata da organizzazioni umanitarie turche per portare aiuti a Gaza, violando deliberatamente il blocco navale israeliano considerato totalmente illegittimo. Questa richiesta non è stata accolta nella bozza finale dell'intesa. Al presidente Erdogan è stato solo concesso di inviare un'altra nave con altri aiuti umanitari, la Lady Leila, che infatti attraccherà all'inizio di luglio nel porto israeliano di Ashdod, dando vita ad un convoglio di 500 autocarri carichi di tutto, dai generi alimentari ai giocattoli, che  raggiungerà poi Gaza.
Questa intesa nei giorni a cavallo tra la fine di giugno e l'inizio di luglio, è bene ricordarlo, ha provocato reazioni contrastanti tra gli israeliani. Plateali sono state le  affermazioni di ministri e leader della destra come Avigdor Lieberman e Naftali Bennett che  hanno condannato l'accordo con la Turchia, non avendo — a loro dire — Israele nulla di cui scusarsi. Tra i palestinesi, solo Khaled Meshaal, leader politico di Hamas, si è spinto ad affermare che Erdogan aveva raggiunto un'intesa utile agli stessi palestinesi. Viceversa, anche all'interno di Hamas, la fronda di coloro che  giudicano l'accordo di giugno una rinuncia alle richieste iniziali è assai forte. E ormai tutti sanno che un altro leader storico di Hamas, Mahmoud Zahar, ritiene, invece, che il sostegno ai palestinesi di Gaza può giungere dall'Iran e non più dalla Turchia.  
La valutazione politica delle reazioni all'intesa con la Turchia, compiuta da Netanyahu, è estremamente importante per comprendere le scelte politiche israeliane rispetto ad Ankara. E' legittimo attribuire a Netanyahu un'ampia soddisfazione per la chiusura del contenzioso innescato dall'assalto alla nave Mavi Marmara.


COMMENTI
17/08/2016 - Questa pace non danneggia un popolo ma un regime (Giuseppe Crippa)

Hamas, il regime da qualche anno egemone nella striscia di Gaza (dalla quale ora scava tunnel per introdurre in Israele guerriglieri come quei tredici che sono stati intercettati ad un chilometro dal kibbutz di Sufa, nel Neghev occidentale il 17 luglio scorso) si è recentemente riavvicinato all’Iran, sciita, storico nemico di Israele e non certo affine alla Turchia sunnita di Ergogan. Non è dunque contro i palestinesi di Gaza che si rivolge la pace tra Turchia e Israele, ma contro Hamas ed il suo sponsor, l’Iran.