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SIRIA/ Russia-Iran, il patto che cambia i conti degli Usa

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Nel breve termine, quest'ultima potrebbe forse risolversi con un richiamo al passato, all'impero ottomano da un lato e a quello persiano dall'altro, con un divisione delle sfere di influenza, a partire dalla Siria, una volta eliminato lo stato islamico. D'altro canto, è pensabile che gli ayatollah, al di là dei proclami ufficiali, si siano ormai convinti dell'impossibilità di eliminare Israele, salvo un'apocalisse globale, e proprio un nuovo assetto della Siria potrebbe portare almeno a una tregua nel conflitto, insieme alla possibile soluzione della questione palestinese secondo linee finora inedite.
In questo scenario, peraltro solo ipotizzabile, gli Stati Uniti rischiano di trovarsi soli al fianco di "alleati" scomodi come Arabia Saudita e Stati del Golfo, con un'Europa più divisa che mai, su fronti contrapposti in Libia e ai ferri corti con la Turchia. In più, Barack Obama rimarrà in carica solo fino alla fine dell'anno e da novembre dovrà fare i conti con il presidente eletto che, se fosse Donald Trump, sosterebbe una politica estera ben diversa dalla sua e da quella della sua candidata, Hillary Clinton.
Interessante quanto riportato in un articolo di Politico Magazine a firma Mark Perry, che descrive l'operazione in via di preparazione da parte degli Stati Uniti con il governo iracheno per la riconquista di Mosul, da più di due anni in mano all'Isis, insieme a un attacco parallelo in Siria a Raqqa, la sua capitale. Il titolo dell'articolo è "State pronti per la sorpresa di Obama in ottobre in Iraq", con riferimento alla data prevista per l'operazione, ma anche per sottolineare che un suo successo permetterebbe a Obama di terminare al meglio il suo mandato e costituirebbe un imprevisto assist alla Clinton per le elezioni di novembre.
Gli Stati Uniti stanno incrementando il numero dei loro consiglieri e addestratori presso l'esercito iracheno, con una presenza sempre più prossima alla linea di combattimento. Anche l'atteggiamento verso i curdi sta cambiando e, sia pure tardivamente, gli americani si sono resi conto che i peshmerga, i più decisi avversari dell'Isis, hanno finora combattuto con un armamento decisamente inferiore a quello degli islamisti. La fornitura di armi più adeguate ai curdi rischia però di provocare reazioni negative presso il governo centrale, preoccupato dall'autonomia del Kurdistan. Come correttamente nota Perry, il successo dell'operazione può essere decisamente compromesso se si riaprissero le ostilità tra le vari componenti presenti nelle forze di attacco a Mosul, curdi, arabi sunniti e arabi sciiti, uniti solo dall'odio contro l'Isis.
Anche per l'Iraq la sconfitta dello stato islamico potrebbe portare a un profondo riassetto, con la maggioranza sciita nella sfera di influenza iraniana, così come già è in parte, e gli arabi sunniti in quella turca, con sullo sfondo comunque la Russia. E i curdi? Visti gli ultimi sviluppi potrebbero essere sostenuti dagli Stati Uniti, ma ciò porrebbe Washington in ulteriore contrasto con Ankara e probabilmente Teheran, che pure ospita una consistente minoranza curda. Come accaduto spesso nella loro storia, i curdi rischiano ancora una volta di essere utilizzati e poi messi da parte, aprendo così un nuovo fronte nel Medio Oriente.



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