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ALEPPO/ Firas Lutfi: qui la fede dei cristiani è a prova di bomba

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Quando mi è stato chiesto di andare ad Aleppo avevo da poco concluso la mia licenza in teologia biblica, e quindi ero pronto per andare in missione. Appena ho saputo che la mia destinazione era Aleppo, la città più pericolosa al mondo, ho detto subito di sì. Prima di recarmi a Roma avevo vissuto per sette anni ad Aleppo, e inoltre essere sacerdote non è una scelta borghese come stare in un hotel. Se mia mamma fosse malata non le direi: “Arrangiati, eri mia madre solo quando stavi bene”. Appena mi è stato chiesto di recarmi ad Aleppo, ho pensato quindi subito a come venire incontro agli enormi bisogni dei miei parrocchiani e delle nostre comunità cristiane.

 

La Russia bombarda i quartieri in mano ai ribelli e gli Stati Uniti finanziano gli islamisti. Lei che cosa ne pensa di quanto sta avvenendo ad Aleppo?

Come ha detto giustamente Papa Francesco, se si vuole costruire la pace non bisogna vendere le armi. Tutti dicono di essere per la pace, ma intanto intraprendono la strada sbagliata. Le armi non sono uno strumento per la pace, bensì per la morte. In secondo luogo la violenza genera violenza, e l’unico modo per uscirne è proprio quello di accettare una soluzione fattibile di pace. Nessuno uscirà vittorioso se non intraprendendo un cammino di dialogo e di conversione.

 

Perché ritiene che la conversione sia necessaria per intraprendere una trattativa politica?

Perché occorre pensare non soltanto al profitto economico e all’interesse politico, bensì al bene della popolazione. Il primo ed essenziale problema è che tutti pensano soltanto ai propri interessi, mentre non prendono mai in considerazione la povera gente che conduce ogni giorno una vita sotto le bombe.

 

(Pietro Vernizzi)



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