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ELEZIONI USA/ Quel "complotto" anti-candidati che preoccupa sia Trump che Clinton

Le presidenziali Usa stanno evidenziando aspetti caotici e inadeguatezza di entrambi i candidati, che rischiano di aggravare una situazione internazionale già molto seria. CARL LARKY 

Hillary Clinton (LaPresse) Hillary Clinton (LaPresse)

L'attuale campagna per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti si sta delineando come una delle  più "particolari" nella storia del Paese e rischia di mettere in discussione lo stesso sistema elettorale. Vediamo alcuni dei punti più rilevanti.

I candidati alle primarie. Nelle primarie, sia repubblicane che democratiche, almeno due dei candidati più in vista erano estranei all'establishment e agli apparati di partito: Donald Trump e Bernie Sanders. Quest'ultimo non è neppure formalmente membro del Partito democratico, essendo senatore del Vermont come indipendente. Esponente della sinistra, non si definisce "liberal", come tradizione vorrebbe, ma "socialista". Trump è sì un imprenditore miliardario, ma non viene dalla politica, né sembra ben accetto nei circoli che contano e, non a caso, è stato paragonato a un Berlusconi americano, con tutte le differenze del caso. Trump ha vinto e Sanders ha perso, ma entrambi hanno messo in gravi difficoltà i rispettivi schieramenti. 

Le primarie. Rischiano di essere le prime vittime di queste elezioni, in particolare quelle del Partito democratico, dove sul risultato finale è forte l'influenza dei delegati non eletti, espressione diretta dell'apparato di partito. Sanders ha perso ai punti nel voto dei delegati eletti, ma è stato messo ko dalla Clinton nel voto dei delegati non eletti. Il che sta aprendo una discussione sulla validità di questo meccanismo, aggravata dalle rivelazioni di WikiLeaks sulle pressione esercitate dall'apparato del partito in favore di Hillary, che hanno portato alle dimissioni della presidente del Democratic National Committee, il governo del partito.

In casa repubblicana il meccanismo di per sé sembra porre minori problemi, ma a essere messo in discussione, con modalità molto pesanti, è lo stesso candidato vincitore delle primarie, con risultati ancor più pesanti.

Il candidato democratico. Hillary Clinton è sotto tiro ormai da parecchio tempo per la questione della gestione, diciamo così, "privatistica" delle mail come Segretario di Stato, con possibili risvolti negativi sulla sicurezza che hanno riportato alla ribalta  anche la vicenda di Bengasi del 2012. A questo si aggiungono le costanti polemiche sui finanziamenti alla Fondazione intitolata a lei e al marito, l'ex presidente Bill Clinton, per i possibili intrecci con grandi gruppi e governi stranieri. La Clinton viene anche accusata di essere troppo "professionale" nelle sue dichiarazioni, non precisamente un complimento, perché ci si riferisce all'abilità considerata tipica degli avvocati, la sua professione, di essere vaghi e strumentalizzanti sulla realtà dei fatti. Ultimamente si sono poi avanzati dubbi sulle sue condizioni di salute, cavalcati ovviamente dai repubblicani e definiti "un complotto" dai democratici. La questione ha però sollevato il problema generale di una verifica oggettiva e neutrale delle condizioni di salute e psichiche dei candidati alla presidenza.