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RAID LIBIA/ Italia in guerra, ma per chi?

Pubblicazione:venerdì 5 agosto 2016

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Quest’ultima, oltre a imbarcare diversi elementi della 22nd Expeditionary Unit dei Marines, possiede uno squadrone composto da 11 convertiplani MV-22B, 3 elicotteri AH-1W, 3 CH-53E, un utlity UH-1Y e 6 cacciabombardieri AV-8B Harrier II Plus. È estremamente probabile che, qualora l’offensiva per la riconquista di Sirte dovesse avere successo, i militanti dell’Isis sopravvissuti alla battaglia decidano di ritirarsi verso sud (tenuto conto della difficoltà di una fuga verso ovest o est dove sono presenti rispettivamente le milizie di Misurata e le PFG di Jadrhan) dove potrebbero prendere di mira gasdotti e oleodotti, e disperdersi sul territorio riorganizzandosi in piccole cellule sparse non solo sul territorio libico, ma anche in quello di Paesi vicini (non necessariamente confinanti), dai quali potrebbero pianificare attacchi/attentati.

Mentre le brigate misuratine e le Pfg, integrate da distaccamenti di Forze Speciali occidentali, combattono Isis a Sirte, le forze fedeli al Generale Haftar, che non supporta il Governo Serraj, sono impegnate a snidare le milizie qaediste dai fronti della Cirenaica. L’esempio di Haftar, non certo l’unico, ancorché il più eclatante, conferma come il Governo Serraj, per quanto internazionalmente riconosciuto, non sia ancora riuscito a unire il Paese, né tantomeno a creare un unico Esercito che possa combattere in modo davvero efficace Daesh. L’inviato Onu in Libia, Martin Kobler, ha suggerito a tal proposito la creazione di un Esercito nazionale decentralizzato, basato cioè su tre consigli militari stabiliti su base geografica (Cirenaica, Tripolitania e Fezzan), in modo da placare le rivalità esistenti tra le milizie vicine al Governo Serraj, quelle fedeli alle frange più estremiste della capitale e le forze di Haftar.

Va da sé che l’attuale embargo sulla fornitura di armamenti, imposto indiscriminatamente su tutto il Paese, rende ancor più arduo il raggiungimento di tale obiettivo. Lo stesso Kobler ha esplicitamente fatto appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché fornisca equipaggiamenti e armi necessarie a chi è impegnato nei combattimenti contro Daesh. Consiglio che, comprensibilmente, continua a mantenere una certa cautela al riguardo, tenuto conto della difficoltà nel tracciamento di tali armi e delle scarse garanzie riguardo al fatto che le stesse non finiscano in mani sbagliate. Al momento si può dire che la Comunità internazionale preferisce continuare a seguire due strade parallele: una politica, che prevede il supporto diplomatico nei confronti del Gun di Serraj; e una militare, che si estrinseca in un supporto diretto alle operazioni volte a eliminare le milizie islamiche estremiste presenti sul territorio libico.

Tornando agli aspetti più prettamente strategici, è chiaro che l’Isis rappresenta, al momento, il focus principale delle attenzioni militari da parte delle varie fazioni libiche. E da parte di molte nazioni. Ma non tutte con gli stessi scopi.



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