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ELEZIONI USA 2016 / Donald Trump isolato dai Repubblicani: cosa succede se si ritira (oggi, 8 agosto 2016)

Elezioni Usa 2016: i Repubblicani hanno isolato Donald Trump, il quale, in caso di sconfitta sicura contro Hillary Clinton potrebbe decidere per il ritiro. Cosa accadrebbe in questo caso? 

Donald Trump (Foto:Lapresse) Donald Trump (Foto:Lapresse)

ELEZIONI USA 2016, DONALD TRUMP ISOLATO DAI REPUBBLICANI: COSA SUCCEDE SE SI RITIRA (OGGI, 8 AGOSTO 2016) -Mancano ancora poco più di 3 mesi alle Elezioni Usa 2016, ma Donald Trump non è mai stato così in difficoltà come in questi giorni. La polemica scaturita dal caso di Humayun Khan, il soldato musulmano americano sacrificatosi per fermare un terrorista durante la guerra in Iraq, tornato alla ribalta dopo il veemente discorso del padre Khriz nel corso della convention dei democratici di Philadelpia di cui abbiamo parlato alcuni giorni fa (clicca qui per leggere l'articolo), ha di fatto isolato il candidato del partito Repubblicano. Il patriottismo è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del Gop: potevano, dunque, i vertici del partito restare a guardare dinanzi all'attacco di Trump alla famiglia Khan? Ovviamente no. Il primo a contestare i commenti di Trump è stato John McCain, esperto senatore del Partito Repubblicano, che per i Repubblicani si è candidato alle presidenziali del 2008 (fu sconfitto da Barack Obama) e che rappresenta per molti versi quell'establishment che da Trump è stato sempre duramente attaccato e che a sua volta si è sempre tenuto a distanza di sicurezza dall'imprenditore di New York. Di fronte ad un caso così clamoroso però, McCain, che di cose militari se ne intende avendo un passato da tenente nell'esercito statunitense (e da prigioniero nella guerra del Vietnam), non ce l'ha fatta a tacere. Per esprimere il suo dissenso rispetto alle posizioni di Trump ha quindi deciso di scrivere una lettera di cui riportiamo alcuni stralci:"Negli ultimi giorni, Donald Trump ha screditato i genitori di un eroe caduto. Ha dato a intendere che persone come loro figlio non dovrebbero essere fatte entrare negli Stati Uniti, figuriamoci prestare servizio nell'esercito. Non posso sottolineare abbastanza quanto le dichiarazioni di Trump mi trovino in profondo disaccordo. Spero che gli americani capiscano che quei commenti non rappresentano le opinioni del Partito Repubblicano, dei suoi funzionari, o dei suoi candidati". Parole forti da parte di McCain, ma neanche le più sorprendenti. Basti pensare che anche Mike Pence, vicepresidente designato da Donald Trump, ha delegittimato il suo leader sul caso Khan. Come riportato dal Corriere della Sera, in merito alla questione del soldato morto in Iraq 12 anni fa, Pence è stato categorico:"La sua famiglia dovrebbe essere celebrata da tutti". Difficile trovare dei precedenti di un vice che smentisce il suo presidente ancor prima di entrare alla Casa Bianca. E chissà se c'entreranno mai, continuando di questo passo. Che il ticket Trump-Pence stia scricchiolando si è intuito anche quando il vice ha preso le distanze dal tycoon newyorchese per la seconda volta nel giro di poche ore sull'opportunità di sostenere la candidatura al Congresso dello speaker della Camera Paul Ryan. Il casus belli, come riporta Il Post, è stato un comunicato in cui Ryan ha commentato la vicenda Khan:"Molti americani musulmani hanno servito valorosamente nel nostro esercito, e hanno fatto il sacrificio massimo. Il capitano Khan era uno di questi esempi coraggiosi. Il suo sacrificio – e quello di Khizr e Ghazala Khan – non sarà dimenticato. Punto". Queste parole hanno scatenato la reazione di Trump, che si è rifiutato di sostenere Paul Ryan nelle elezioni che assegnano lo scranno alla Camera del primo collegio del Wisconsin. Lo stesso trattamento, Trump lo ha riservato non a caso a John McCain, rifiutandosi di pronunciare il suo endorsement per l'esperto senatore dell'Arizona, dopo che nei mesi scorsi aveva addirittura contestato il titolo di "eroe di guerra" attribuitogli dopo il periodo di prigionia in Vietnam. Pence, dicevamo, anche stavolta si è smarcato da Trump, annunciando a FoxNews il suo sostegno a Paul Ryan, tentando però di gettare un po' di acqua sul fuoco:"Ho parlato con Donald mercoledì e gli ho comunicato il mio supporto a Ryan, nostro comune amico". Il giornalista del Washington Post, Paul Waldman, nelle ore più difficili di Donald Trump dall'inizio della sua cavalcata alle Primarie, si è spinto addirittura a considerare l'ipotesi di un ritiro della candidatura da parte di The Donald. Cosa accadrebbe nel caso Trump si rendesse conto di andare incontro ad una sconfitta sicura? Andrebbe fino in fondo con la certezza di subire le critiche e le prese in giro di tutti i suoi oppositori? Del resto alcuni alibi sono già pronti: Trump potrebbe decidere di abbandonare la nave dopo l'ammutinamento degli esponenti principali del partito Repubblicano. Potrebbe raccontare di aver condotto la più grande campagna elettorale nella storia delle Primarie Usa, decidendo di tornare al mondo dell'imprenditoria una volta resosi conto della forte opposizione da parte di chi invece avrebbe dovuto sostenerlo. Cosa succederebbe se questo scenario si realizzasse sul serio? Come riferisce Waldman nel suo articolo sul Washington Post, il regolamento interno al partito dice che i 168 membri del comitato nazionale del Gop sarebbero chiamati a votare per eleggere un sostituto di Trump. Non una consultazione popolare insomma, troppo poco tempo per organizzare nuove Primarie. A scegliere il candidato repubblicano sarebbe l'establishment tanto criticato da Trump e se Paul Ryan, al quale in tempi non sospetti è stato ripetutamente chiesto di candidarsi alle Primarie, di certo non accetterebbe oggi il ruolo di competitor di Hillary Clinton in una situazione così complicata, il compito di salvare il salvabile spetterebbe quasi di diritto al rassicurante Mike Pence. Sì, proprio a quel vicepresidente che in questi ultimi giorni si è smarcato da Donald Trump, quasi a ribadire la sua differenza dal tycoon, nell'ottica di una strategia che lo vede vincente in caso di successo di Trump alle presidenziali, ma di certo "non sconfitto" in caso di vittoria della Clinton. Come riferisce Il Post, durante una conferenza stampa con il primo ministro di Singapore anche Obama si è espresso su Trump, chiedendo un gesto fortissimo al partito Repubblicano:"Se dovete ripetutamente dire, in termini molto duri, che quello che ha detto è inaccettabile, perché continuate a dargli il vostro sostegno?". Come esempio chiarificatore, Obama ha affermato che quando nel 2008 e nel 2012 ha sconfitto prima McCain e poi Romney, erano molti i temi che lo vedevano in disaccordo con i candidati repubblicani, ma di certo non erano in dubbio le loro capacità di diventare presidenti. Questa però "non è la situazione che c’è ora", ha detto Obama, secondo cui "ci deve essere un momento in cui dici: basta". Se a dirlo sarà il partito Repubblicano, Donald Trump, o nessuno dei due lo scopriremo presto. (Dario D'Angelo)

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