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GEO-POLITICA/ Welfare e armi, gli "aiuti" dell'Ue ai terroristi

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Arrestato e attualmente detenuto in un carcere di massima sicurezza vicino a Brema, dove deve scontare una pena a tre anni di reclusione, Safo ha raccontato al quotidiano statunitense di quando un uomo con il volto coperto facente parte del servizio di intelligence dell’Isis, Emni, gli disse quali fossero i piani: «Parlava in maniera aperta della situazione, dicendo che avevano ai loro comandi moltissime persone già presenti nei Paesi europei e in attesa di compiere attentati. E questo me lo disse prima degli attacchi di Parigi e Bruxelles». Oltretutto, Sarfo ha vissuto sulla propria pelle questa nuova priorità del Califfato: arrivato in Siria per combattere, gli è stato impedito. Ecco le motivazioni: «Mi dissero se era un problema per me tornare in Germania, perché al momento era quella la priorità, avere uomini nei Paesi europei pronti a entrare in azione. Anche in quel caso parlavano di attacchi in contemporanea in Francia, Germania e Regno Unito».

Stando alle parole di Sarfo, Emni può contare su propri membri operativi in Austria, Germania, Spagna, Libano, Tunisia, Bangladesh, Indonesia e Malesia, oltre a centinaia presenti in Turchia. Diverso l’approccio per America e Canada, «dove è facile far radicalizzare persone già presenti sul territorio, soprattutto grazie a Internet e ai social network, oltre che alla politica molto permissiva sul possesso di armi». Un mitomane? Per i funzionari dell’intelligence tedesca, no, è credibile. E cominciano a emergere anche altri particolari riguardo l’epidemia di pazzi e squilibrati che colpiscono in Europa: gente sconnessa con il cervello, ma molto connessa con i canali giusti, altro che spontaneismo.

I responsabili degli attacchi terroristici di luglio in Baviera, un rifugiato afgano e un siriano, avevano infatti avuto ripetuti contatti con membri dello Stato islamico, alcuni dei quali in Arabia Saudita. Lo ha riferito il quotidiano tedesco Der Spiegel, che cita fonti delle indagini. L’afghano 17enne Riz Khan Ahmadzai, che il 18 luglio ha attaccato i passeggeri di un treno regionale ed è poi stato ucciso dalla polizia, si era accomiatato poco prima dell’aggressione da uno dei contatti scrivendogli: «Ci vediamo in Paradiso». Nelle chat precedenti l’attacco, gli interlocutori gli avevano proposto di lanciarsi con un’auto contro gruppi di persone, ma lui non aveva la patente: quindi, uno che sta per massacrare innocenti con il machete su un treno si preoccupa di non violare la legge, guidando senza patente. Il siriano di 27 anni responsabile dell’esplosione di Ansbach del 24 luglio, Mohamed Daleel, che stando agli investigatori non è riuscito a colpire il festival a cui puntava, era stato invece in contatto via telefono cellulare con un interlocutore sconosciuto, che gli aveva dato istruzioni poco prima della detonazione.

E novità ci sarebbero anche in merito all’attacco di Monaco di Baviera: Ali Somboly avrebbe infatti imparato a sparare con la pistola con il padre. Lo rivela il settimanale Focus citando fonti investigative. Il diciottenne che ha ucciso nove persone in un centro commerciale della capitale della Baviera si sarebbe esercitato ancora da minorenne, appunto in compagnia del padre, nel dicembre 2015 durante una vacanza in Iran, Paese da dove la famiglia proviene. Stando alla procura di Monaco, ciò spiegherebbe la “disinvoltura” con cui l’attentatore ha usato la pistola Glock 19 per compiere l’eccidio: in effetti, sparare 57 colpi mandandone a segno 44, non è opera da dilettante, soprattutto con molti bersagli in movimento. Le stranezze e i punti oscuri, comunque, rimangono.


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