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GEO-POLITICA/ Siria, Turchia e le altre "dormite" dell'Ue

Pubblicazione:martedì 9 agosto 2016

Jean-Claude Juncker (LaPresse) Jean-Claude Juncker (LaPresse)

Quella in atto in questi giorni ad Aleppo è la versione moderna della battaglia di Stalingrado. E, a mio modesto avviso, ha lo stesso valore storico. Ovviamente, l'Occidente finge di non vedere e si nutre di veline, ma quanto sta accadendo in queste ore avrà una valenza strategica: dopo giorni di avanzata delle truppe lealiste spalleggiate da Hezbollah, infatti, i miliziani dell'Isis sono riusciti a rompere l'assedio e per farlo hanno messo in campo, usciti dal nulla, oltre 6mila uomini. È guerra vera, sul campo, combattuta senza copertura aerea da parte degli uomini del Califfato: Daesh è indebolita, ma non è morta. E Daesh combatte in Siria per una ragione che ormai travalica anche le necessità geopolitiche di chi l'ha creata, armata e supportata - leggi Usa e sauditi -, perché nella mente di quei terroristi c'è l'idea di abbattere Assad per costruire davvero un mondo dove l'unica legge sia quella di Allah e dove vivere secondo i suoi precetti. 

L'America, non a caso, ha cambiato strategia e attacca l'Isis in Libia: troppo compromessa la questione siriana, troppo forte il supporto russo ad Assad e ora che anche Erdogan ha mollato l'osso, riallineandosi con Mosca, appare una guerra persa, ancorché si possano vincere ancora delle battaglie. Ora vedremo davvero quali sono gli interessi che hanno trasformato la Siria in un deserto di morte e sofferenza per due anni, ora capiremo davvero quale logica sottendeva l'agire occidentale in quel Paese, mentre si continua a morire in Yemen, nel silenzio più assoluto di media e istituzioni internazionali. 

Sembra inoltre, stando a quanto riferito dall'agenzia iraniana Fars, che stiano giungendo a sud di Aleppo anche i migliori reparti di Hezbollah, in particolare quelli che avevano combattuto e conquistato nel maggio del 2013 la cittadina di Quasyr, località vitale per la sicurezza del regime, poiché punto di snodo delle comunicazioni tra le città della costa e Damasco, ma, soprattutto, porta di accesso della valle della Bekaa, in Libano. Non sorprende come le milizie libanesi siano ormai la spina dorsale delle forze del fronte di Assad che, nell'ultimo anno, è stato costretto a ricorrere alla leva obbligatoria per dipendenti pubblici e ad arruolare i detenuti beneficiari di amnistia. Una situazione, che sembra far dipendere la tenuta del regime di Assad da alleati stranieri, Hezbollah, milizie sciite e iraniani, ma soprattutto dall'appoggio di Mosca. Un appoggio che verrà testato anche in relazione a quello che avverrà nelle prossime ore e che potrebbe avere risvolti decisivi sul fronte di Aleppo. 

Sul fronte delle forze dell'opposizione, inoltre, la battaglia di Aleppo sta facendo emergere l'importanza di un nuovo raggruppamento (Jaysh al Fateh) all'interno della galassia dell'opposizione, costituito dalle più importanti sigle militari, gruppi jihadisti (provenienti da al Nusra) e milizie sostenute dagli attori regionali e internazionali schierati contro il fronte di Assad. È difficile capire quanto potrà protrarsi l'offensiva dei ribelli, che in queste ore si è estesa al distretto economico e industriale di Aleppo, dopo gli ingenti quantitativi di armamenti e munizioni sottrattati alle strutture militari strappate al controllo dell'esercito di Assad. Ad Aleppo non si gioca solo il destino della Siria, ma degli equilibri futuri dell'intero Medio Oriente. 


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