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SCENARI/ Al Sisi e Putin, la mossa che isola gli sponsor del califfo

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Il re saudita Salman Bin Abdel-Aziz con il presidente egiziano al Sisi (LaPresse)  Il re saudita Salman Bin Abdel-Aziz con il presidente egiziano al Sisi (LaPresse)

Sotto il secondo aspetto, lo Stato dove gli sciiti sono la stragrande maggioranza è l'Iran, il cui regime è altrettanto confessionale di quello saudita, ma un suo deciso avversario su diversi fronti, dalla Siria allo Yemen. Teheran ha ben accolto l'incontro di Grozny, anche per il già citato ruolo di al-Tayeb, che in passato ha già auspicato un riavvicinamento tra sunniti e sciiti. All'inizio di settembre si è aperta un'altra grave crisi nei rapporti tra Iran e Arabia Saudita con il divieto di partecipazione dei pellegrini iraniani al pellegrinaggio annuale alla Mecca. La motivazione è lo scambio di accuse tra i due governi sulle responsabilità per la tragica calca che l'anno scorso causò diverse centinaia di morti tra i pellegrini, di cui quasi 500 iraniani.

Questa polemica mette in rilievo un nuovo pericoloso fronte per i regnanti sauditi che, come noto, si fregiano del titolo di Custodi dei luoghi sacri dell'islam, un titolo e un ruolo difficili da mantenere se la maggioranza del mondo musulmano accettasse le conclusioni di Grozny. Comunque, è probabile una sempre più decisa azione di ostacolo all'espansione del wahabismo, sia nei Paesi musulmani che altrove, e ai finanziamenti che arrivano a questi gruppi soprattutto da Arabia Saudita e Qatar.

Queste azioni saranno rese più facili, come sottolineato da qualche commentatore, dalle difficoltà finanziarie che il regno saudita sta incontrando a causa del basso prezzo del petrolio, conseguenza di una guerra dei prezzi voluta dagli stessi sauditi. Forse non a caso si sono aperti contatti con Mosca per un possibile "raffreddamento" di questa guerra.

Ed ecco l'altro aspetto importante sotto il profilo geopolitico: in diversi di questi avvenimenti si ritrova la Russia di Putin. Mosca è alleata di Teheran, con l'Iran e le forze locali sciite è parte attiva, e per certi versi risolutiva, nella guerra in Siria, ha riallacciato i rapporti con la Turchia e, sotto traccia, anche con Israele. Negli ultimi tempi è apparso chiaro il suo impegno in Libia a sostegno del governo di Tobruk, in particolare del generale Haftar, sostenuto guarda caso dall'Egitto.

Data l'estrema volatilità della situazione mediorientale, difficile dire quanto questa strategia rimarrà stabile e quali ne saranno i risultati finali. Ciò che rimane confermata è la confusione nella strategia statunitense, che sembra rimanere costantemente spiazzata dagli avvenimenti sul terreno. Washington rischia di ritrovarsi isolata con Riyadh, cui sta inviando ancora armi da usare nella quasi dimenticata guerra nello Yemen. Nello stesso tempo, però, il Congresso ha votato una legge che consente alle famiglie delle vittime dell'11 settembre di citare in giudizio il governo saudita, ma Obama sembra deciso a porre il suo veto. Forse la confusione non è solo nella politica estera.



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