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GEO-POLITICA/ Il weekend che può cambiare i rapporti Usa-Russia

Quanto accaduto in soli tre giorni, dice MAURO BOTTARELLI, può cambiare del tutto lo scacchiere mediorientale e quello dei rapporti di forza tra Usa e Russia

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Questo fine settimana è cambiato tutto. E non mi riferisco all'ennesimo fiasco elettorale della Merkel nel Land di Berlino, quello è solo il contorno di ciò che conta davvero. Parlo di cosa è successo nel cuore dell'Impero: l'America, faro della civiltà occidentale e prima potenza militare al mondo, è in ginocchio e atterrita per quattro pentole a pressione. Sembra riduttivo definire così la situazione, ma sono i fatti: con il minimo sforzo e il minimo danno, gli Usa si sono garantiti un'altra volta agli occhi del mondo la possibilità di proseguire la guerra al terrore inaugurata da George W. Bush. 

Ieri, quando da noi erano le 13, Donald Trump ha fatto un lungo intervento su Fox News e vi assicuro che il cambio di marcia e di paradigma si è palesato subito: il candidato presidente per i repubblicani non solo è stato fatto parlare lungamente e quasi senza contraddittorio, ma per la prima volta ha goduto della deferenza mediatica che merita chi, sempre più probabilmente, sarà il nuovo comandante in capo. Insomma, l'America comincia a prendere seriamente in considerazione il fatto che il tycoon potrebbe sbarcare alla Casa Bianca. 

E non basta, perché contraddicendo clamorosamente la sua linea di politica estera, Donald Trump ha detto chiaramente che di fronte al rischio terroristico che l'America si trova ad affrontare occorre colpire i terroristi nei Paesi da dove provengono e sigillare le frontiere, evitando nuovi ingressi. La seconda parte del discorso era nota, ma finora Trump aveva sempre parlato di un'America meno interventista in politica estera: ora, invece, siamo quasi all'attacco preventivo. 

Trump è sceso a patti con il Deep State? Credo di sì, temo che il candidato repubblicano abbia capito che per arrivare al suo scopo deve scendere a patti con il comparto bellico-industriale che di fatto guida il Paese e mettere da parte le sue idee originali al riguardo. Ma è cambiato anche dell'altro in soli due giorni. Casualmente, gli "attentati" a Manhattan e dintorni sono avvenuti in perfetta contemporaneità con l'attacco avanzato dalle forze aeree statunitensi in Siria, dove sono stati uccisi "per errore" oltre 90 soldati dell'esercito fedele ad Assad: stavolta non ci sono possibilità di incolpare Putin o utilizzare Medici senza frontiere per intorbidire le acque, stavolta l'accaduto è stato talmente palese da portare il Pentagono a fare la propria ammissione di colpa. 

Il problema è che quell'attacco è avvenuto nel corso della tregua proclamata proprio da Usa e Russia, finora però utilizzata da aeronautica statunitense e "ribelli" per colpire a tradimento e riguadagnare posizioni, dopo che l'offensiva di siriani ed Hezbollah aveva praticamente espugnato tutte le roccheforti. Ci troviamo di fronte a una palese violazione di ogni codice militare, oltre che a una presa di posizione che non lascia dubbi: pur di far cadere Assad e indebolire la presenza russa nell'area, gli Usa sono pronti a spalleggiare chiunque, Isis compresa. La stessa Isis che, con qualche giro di parole, dicono essere la responsabile per gli attacchi con le pentole a pressione su suolo statunitense: qualcosa decisamente non torna. 

Come non torna il fatto che Donald Trump abbia parlato da subito di bomba, quando il sindaco di New York, Bill De Blasio, ancora non aveva escluso la pista della fuga di gas. Non vedevano l'ora di proclamare il nuovo stato di allarme, la tensione in un modo o nell'altro doveva salire. Qui non siamo più al doppiogiochismo, un classico delle operazioni di destabilizzazione geopolitica, qui siamo all'aperta provocazione attraverso la rottura di una tregua per indebolire l'offensiva di chi l'Isis lo combatte da sempre.