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ITALIANI RAPITI IN LIBIA/ L'Italia inciampa nella guerra per bande

Fayez al Serraj (LaPresse) Fayez al Serraj (LaPresse)

Il problema di fondo appare sempre il nodo delle alleanze dei Paesi che giocano il ruolo dei presunti "tutori". Anche in questa situazione libica, come in altre parti del Medio oriente e nella generale instabilità tribale del dopo "primavere arabe", c'è un contenzioso aperto tra la Russia che pende dalla parte di Kalifa Haftar e gli Stati Uniti che si sono schierati invece con il presidente di Tripoli.

Un gioco dannoso a tutti e dove si possono inserire bande di rapitori, ma ovviamente anche protagonisti della "guerra santa" condotta dallo stato islamico.

Possiamo realisticamente dire che al momento è difficile ipotizzare la matrice di questo sequestro. I rapimenti a scopo di estorsione per ottenere riscatti in denaro, o addirittura in beni come fuoristrada e scorte di cibo, non sono affatto infrequenti e fanno parte della tradizione delle tribù locali, tra cui una forte presenza di tuareg, che commerciano lungo la grande rotta carovaniera che un tempo era la "via del sale", che arrivava fino a Timbuktu nel Mali.

Il problema inquietante, per cui della vicenda, oltre al ministro degli Esteri italiano si sta occupando direttamente anche il presidente del Consiglio, Renzi, consiste soprattutto in una coincidenza temporale con l'"operazione Ippocrate", lo schieramento di un ospedale militare italiano a Misurata, presidiato da cento uomini della "Folgore", che proteggono i feriti che combattono contro l'Isis a Sirte.

Questa potrebbe essere una valutazione di carattere politico. Ma ogni valutazione nella Libia di oggi, dove regna soprattutto il caos, può avere solo il valore di un'ipotesi.

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